Mr. Holmes, il mistero del caso irrisolto. La recensione di Daniele Cutali per Sugarpulp Magazine.

Prendete un personaggio famoso e fategli percorrere l’irreversibile e crudele sentiero dell’amnesia senile, porta d’ingresso alla demenza o peggio all’Alzheimer.

Quando poi questo personaggio famoso ha fondato tutta la sua vita sulla deduzione e la logica, è davvero un colpo al cuore. Cosa accadrebbe se un personaggio del genere fosse il celeberrimo Sherlock Holmes creato da Arthur Conan Doyle? Quasi una tragedia per lui.

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Mr. Holmes, il mistero del caso irrisolto è diretto da Bill Condon e interpretato magistralmente da Sir Ian McKellen, enorme attore teatrale shakespeariano come il suo grande amico Patrick Stewart (chi non ricorda il capitano Jean-Luc Picard di Star Trek: The Next Generation o Charles Xavier degli X-Men?).

McKellen viene ricordato dal grande pubblico del cinema soprattutto per i personaggi di Gandalf il Grigio nella Trilogia de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit di Peter Jackson; del super-cattivo Magneto negli X-Men di Bryan Singer, contrapposto appunto al suo amico Stewart; e dell’ambiguo Sir Leigh Teabing ne Il Codice Da Vinci di Ron Howard.

Sia buoni che cattivi, l’interpretazione di McKellen è sempre superlativa ed è questo che fa grande un attore. In questo caso, lo Sherlock Holmes novantatreenne che ci regala l’attore inglese è incredibilmente reale, vero sotto ogni punto di vista malattia compresa, mica come lo stereotipo con cappello da caccia e pipa che viene fuori dalle vecchie pellicole o quello americanizzato e fumettoso di Robert Downey Jr. (senza nulla togliere al nostro Tony Stark).

Esperimento riuscito di meta-narrativa scritto da Mitch Cullin nel 2005, la pellicola di Condon è appunto un adattamento del suo romanzo A Slight Trick Of The Mind.

Ormai Holmes si è ritirato nella sua magione in Sussex, dedicando le giornate alla sua passione di apicoltore come descritto negli ultimi racconti scritti da Conan Doyle. John Watson si è sposato anni prima e ha lasciato l’investigatore da solo alla sua vita privata.

Il medico, “spalla” e io narrante delle vicende di Holmes nei racconti di Conan Doyle, ha intrapreso la carriera parallela di scrittore raccontando le vicende dei casi dell’investigatore londinese in una meta-narrazione, appunto, realistica e che non piace a Holmes.

Nascono così alcune scenette umoristiche in cui Holmes mostra tutta la sua idosincrasia verso le descrizioni fatte da Watson nei suoi romanzi, che quindi incarna effettivamente Conan Doyle in un circolo vizioso e un po’ cervellotico. “Io non ho mai fumato la pipa e non ho mai indossato la mantellina e il cappello da caccia, per i quali sono diventato famoso”. Meraviglioso.

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La trama è soltanto un pretesto per sbattere in faccia al pubblico la demenza senile di Holmes che avanza inesorabilmente, per dimostrare che anche un uomo come lui, un super-eroe in pratica, ha bisogno di aiuto.

Siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, ormai, e l’Inghilterra vittoriana dello Sherlock Holmes che conosciamo tutti, quella di Moriarty e delle brughiere di Baskerville, non c’è più da un pezzo.

C’è solo la campagna a ridosso delle scogliere di Dover e la magione in cui si è ritirato a fare l’apicoltore, insieme alla badante, Mrs. Munro, e suo figlio Roger, l’unico amico rimasto a Holmes. Passano i pomeriggi insieme e Roger, un bambino molto sveglio e perspicace, si diverte a stuzzicare la memoria e la logica dell’ex-investigatore.

Lo sprona a scrivere le proprie storie invece di lasciarlo fare alla sua ex “spalla”, se proprio gli dà così fastidio che i particolari siano romanzati.

C’è però qualcosa che secondo lui non quadra nell’ultimo romanzo di Watson, nel quale viene raccontato il caso con cui Holmes ha chiuso la carriera. L’investigatore si mette al lavoro ma la sua memoria è troppo fallace.

Ad aiutarlo è rimasta soltanto una vecchia fotografia della donna che sa bene essere al centro del caso del quale però non ricorda gli avvenimenti. Poco a poco, grazie a Roger e ad altri accorgimenti, Holmes ricorda cosa è accaduto e ne rimane talmente amareggiato che l’unico modo per tirare avanti senza soffrire troppo la solitudine, è abbandonarsi ai sentimenti più umani che ha sempre tentato di allontanare: solidarietà e amicizia.

Un capolavoro, non c’è che dire, nel quale il personaggio di Sherlock Holmes assume una prospettiva diversa dal solito per cause di forza maggiore, ovvero la sua età e la demenza che la accompagna.

E quando un film è un capolavoro con soltanto tre personaggi, in pratica, e ambientazioni limitate, è la trama che lo fa assurgere a questo titolo. Probabilmente è il miglior racconto di Sherlock Holmes mai scritto e riversato su pellicola.

Guarda il trailer di Mr. Holmes, il mistero del caso irrisolto su Youtube

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