Natale è la festività più potente del pantheon delle celebrazioni umane. L’editoriale natalizio del nostro Martin Brandt (e tanti auguri dalla crew di Sugarpulp!).

Natale è la festività più potente del pantheon delle celebrazioni umane. Negare questa verità assoluta dovrebbe essere un crimine.

Ogni 25 dicembre i cristiani festeggiano Gesù, proprio quel Gesù che nell’unica preghiera che gli ha lasciato, la primissima cosa su cui punta l’attenzione è il pane quotidiano, lasciando per il fondo, ma proprio alla fine, i magheggi teoretici sulla liberazione dal male.

Una festa stupendamente materialistica (ma non solo)

Prima di tutto serve materialità quindi un Natale, una celebrazione di tutto quello su cui l’umanità ha consolidato la propria identità. Attraversa epoche, tradizioni, continenti, modi di chiamare Dio, conflitti e carestie.

Da sempre nella storia l’uomo si è ritagliato un momentino per godersi la bellezza del tetto sulla testa, provare pena per chi non ce l’ha e guardare in faccia la persona che si ama con tutto il cuore, vivere il momento.

Non si tratta di un vittoriano disprezzo per chi non ha nulla ricoperto da una mielosa, sottilissima crosticina di ipocrisia, ma quel momento dell’anno in cui ci si prende un attimo di requie sulla spinta di una molla irrazionale. La si chiami giornata del Sol Invictus, Natale, Festa del Solstizio. Sempre di quel genere di attimo stiamo parlando, una festa dell’uomo per l’uomo.

Chiaramente non scalza ricorrenze con un intento celebrativo puramente spirituale, ma si piazza benissimo. Già solo nel cristianesimo Natale è secondo sul podio dopo Pasqua, troneggiando davanti a Pentecoste e Ascensione.

Natale, ovvero diamo un senso alle infinite e sfigatissime giornate passate al lavoro

Fin dal caro Filocalo, uno dei primi ad accennare al 25 dicembre come giorno di festa intorno al terzo secolo, si è consolidato il concetto di regalare qualcosa ai propri cari usando un pochino del denaro accumulato tutto l’anno nelle infinite, sfigatissime, schifose giornate alla scrivania/sul sedile del furgone/allo sgabello della reception.

Un pensierino materiale che diventa il simbolo di un impegno mentale di almeno un secondo verso una persona. Con buona pace di chi odia far regali, le origini di questo rito sono incerte ma antichissime: durante i saturnalia era uso dei romani scambiarsi regali e organizzare banchetti, in un periodo dell’anno che per il calendario in uso in questo bel 2020 d.C. sarebbe tra il 16 e il 24 dicembre.

L’inconsistenza delle critiche al Natale materialista si schiantano frontalmente con il camion corazzato del buon senso dato che non si tratta di nulla di obbligatorio: proprio perché si è stronzi tutto l’anno va benissimo provare a darsi una regolata un paio di giorni. Ma veniamo al bello e all’imprescindibile di un grande Natale nell’anno domini 2020.

Le festività natalizie sono come i tacchi…

Le festività natalizie sono come i tacchi, se non sono esagerati sono penosi, tristi, ridicoli, abbruttenti, svilenti, in grado di trasformare un’ideale mix di Sofia Vergara+ Charlotte McKinney + Chiara Francini + Ashley Graham in bikini in vostra zia zitella di 70 anni, ex maestra di matematica. Se non ci può sobbarcare tale peso, si lasci perdere e si vada di Converse.

Meglio un sano nulla. Un Natale dimmerda rovina esistenze più di una guerra, altro evento spesso messo in pausa il 24-25.

Un Natale degno di questo nome deve coinvolgere tre giorni, minimo, di ponte. In ognuno la compresenza di fattori chiave che si aggiungono a una serie di impostazioni di default in casa:

  • profuma ambiente zenzero, biscotto e cannella di Zara Home;
  • albero con palline oro, tortora e lucine led bianche;
  • tisana/MartiniRosè/Cioccolata calda, panettone, marron glacé tra un pasto comandato e l’altro;
  • Mamma ho perso l’aereo in loop.

E ci si gode la magia.

Una dozzina di portate a pasto, sano otium a base di libri-film-serie-decoupage-Risiko, regalini scambiati con i pochi veri personaggi determinanti della nostra esistenza, guardando fuori dalla finestra a dire: oggi la vita è bella. Una riflessione banale, dannunziana quasi crepuscolare ma innegabilmente necessaria ogni 364 giorni.

Duetto di conditio sine qua non imprescindibili.

Gamberi in salsa aurora. Vanno bene serviti in qualsiasi momento: aperitivo, antipasto, merenda, spuntino delle 23.40, tolti dal frigo e pucciati di nascosto nella caraffona di salsa quando nessuno vede. Ci devono essere e a tonnellate.

Salsa aurora con maionese rigorosamente fatta mano, con le gocce di salsa Worcester e la cucchiaiata di Armagnac ad arrotondare il gusto. Chiunque provi a sostenere che ketchup +maio vada bene lo stesso merita l’intero dicembre in una caverna dell’Afghanistan.

Gamberone taglio mazzancolla XL, pulito con lo stuzzicadenti dal filino di schifo nero tra corpo e carapace, dopo essere stato sbollentato in metà acqua e metà vino bianco.

Il regalo tripartito di Natale

  • Libri, non è Natale se non arriva almeno un libro;
  • una cosa perfettamente inutile e carissima per cui il destinatario impazzisce e che dimostra vero affetto in barba al ridicolo concetto di necessità: Hogwartz dei Lego, modellino scala 1:15 dell’Rx-78, pochette Gucci edizione limitata cachemire e bambù, mocassino Tod’s, collector’s edition rilegata a mano di Lovecraft e via così
  • un accessorio per la macchina tipo palettina togli ghiaccio con guanto protettivo incorporato o torcia a dinamo. Immondizia da discount che salverà la vita nel momento più oscuro, quando al rientro dal turno del mattino il 2 gennaio, incazzati, stanchi, sporchi dovrete togliere 4 cm di ghiaccio dal lunotto con quella e non con la solita carta di Sephora/denti/pieghevole della parrocchia rotolato sotto il sedile. Quattro colpi, parabrezza libero. Grazie ingegno made in China.

Ma chi può odiare un momento così corposo e attraente? Tre categorie, delicatissime.

I miserabili

Si intende una miseria spirituale, una condizione antropologica. Non è che non ci siano miserabili figli di notai. Nel senso più dickendisamo sono gli Scroodge, anche a partire da una situazione economica decorosa se non buona, si sentono fisicamente messi all’angolo. Sarà l’aroma di zenzero candito o lo sfavillio delle luminarie, ma realizzano che non hanno niente e sono soli.

I poveracci

Il quarantenne in crisi ex bambino fascista del quartiere povero odia ogni cosa, figuriamoci il Natale. Se già in pieno luglio tutto quello che negli ultimi 23 anni è stato fuori dalla sua portata è sinistroide, inutile, da finocchio figlio di papà, immaginate come possa stare in una festa in cui ci si gode quel poco che si ha con le persone care.
Abbiamo già visto questi personaggi in Chi nasce povero muove povero: sostanzialmente l’inizio del ponte di Natale triggera in loro un’evoluzione che spegne solo l’arrivo dell’Epifania.

I talebani

Si tratta della fusione dei due sopra più una sana e robusta grattata di sfiga innata. Sprezziamola ogni tanto una lancia a favore dell’innatismo almeno su queste cose, Locke ci perdonerà porcapaletta…

Sono quelli a cui non va mai bene nulla, non se lo vogliono far andare bene e pretendono che sia così per tutti. Non sono cardiochirurghi sempre in corsia, non sono commerciali della Colt’s Armament né della Magneti Marelli, non sono i supereroi del Soccorso Alpino.

Non che abbiano una ragione vera e propria per distruggere il Natale. È che schifano tutto in nome di un totalizzante cospirazionismo pseudo-utilitaristico che propinano sotto forma di lezioni para-razionaliste alla macchinetta del caffè.

Il loro motto? Fanno ondeggiare il caffettino della macchinetta, la voce si fa greve come quella di un oracolo con la nuova profezia in canna. Alzano le sopracciglia e sbuffando emettono l’unica sentenza possibile: “Perché poi alla fine se ci pensi, sono tutte cazzate.”

Buon Natale!

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