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Night Hunter, la recensione

Night Hunter, la recensione di Matteo Marchisio

Night Hunter, la recensione di Matteo Marchisio del film di David Raymond, un thriller psicologico che sembra la brutta copia di una puntata di CSI.

Nelle intenzioni del regista David Raymond Night Hunter dovrebbe essere un thriller psicologico ambientato in una gelida cittadina americana in cui un serial killer rapisce ragazze, continuando a seminare terrore anche dopo l’arresto.

In realtà è una costosissima brutta copia di una puntata di CSI che si barcamena per 98 minuti tra collage di buone inquadrature, momenti ridicoli e pathos sprecato.

Night Hunter, il cui titolo avrebbe dovuto essere Nomis, è uscito nelle sale a fine 2018 proponendosi al LA Film Festival come l’epigono di mostri sacri del thriller a tinte forti come Red Dragon o Se7en, raccogliendo pareri tiepidi dal grande pubblico, pernacchie dalla critica e totalizzando un misero 14% sul mitico Rotten Tomatoes.

Ma Night Hunter è un thriller che si prende così sul serio da raggiungere la sufficienza per l’impegno esagerato, nonostante manchino nessi logici e coerenza.

Perciò vanno segnalati i due momenti degni di nota per aver provato ad ammortizzare l’atterraggio tra i B movie

  • Una bella sparatoria, perfettamente inutile, che spazza via una pista secondaria mal costruita, con tanto di salto logico della trama complessissimo, snocciolato in un secondo per poter chiudere quella scena e partire con la successiva. Henry Cavill però domina lo scambio di proiettili, sarebbe anche il momento di vederlo nei panni di dell’incursore in qualche war movie prima o poi…
  • Un interrogatorio imbarazzante del sospettato dalla profiler che si abbandona alla tempesta emotiva dell’avere il Maligno ammanettato al plexiglas della cella di sicurezza. Il cattivo è ben recitato e si gioca la carta del sociopatico schizofrenico che balbetta frasi incompressibili, volutamente agghiaccianti. Ma la criminologa che fa l’isterica arrivando perfino a usare un accenno di scollatura fa pena.

Un esercizio di stile sterile

Night Hunter è un thriller che si fa scegliere per le premesse e il cast di livello ma che non riesce a far saltare sulla sedia neanche mezza volta: i grandi nomi si cimentano in una serie di esercizi di stile, dimostrando quanto alla base di tutto serva sempre uno storytelling di qualità.

Ecco alcuni dei nomi d’oro schierati.

Henry Cavill. L’uomo idolo perché è il vero Superman, vanta tra le ex Gina Carano, la bella mercenariona Cara Dune di The Mandalorian, e nel tempo libero dipinge miniature di Warhammer 40k, la cartina al tornasole del nerdismo più estremo. Qui lo vediamo nella parte monocorde del poliziotto devastato da un lavoro difficile che prova gestire ex moglie e figlioletta. 

Come succede solo nel telefilm americani, lavora nell’investigativa, rimanendo allo stesso tempo la punta di lancia della SWAT locale con l’M4 sempre pronto.

Stanley Tucci. Forse uno dei caratteristi più potenti ancora in circolazione, questa volta in modalità devo pagare il mutuo della terza villa a Miami Interpreta il responsabile della stazione di polizia dove lavorano Henry Cavill e Alexadra Daddario. 

Fa una scenata nella sala interrogatori che non serve a nulla perché per metà film non ha detto niente e per l’altra metà non si è neanche visto.

Ben Kingsley. Sempre un grande attore d’altri tempi. Qui portava avanti il tentativo di dare spessore interpretando un ex magistrato che si è votato alla vendetta personale al di fuori della legge, servendo gli unici dialoghi davvero articolati. 

Alexandra Daddario. Che sia bella lo sappiamo tutti. In true detective era l’amante panterona e complicata di Woody Harrelson. Che è davvero bella lo si può ripetere? Ah, qui dovrebbe essere una specie di psicologa-criminologa. E basta, nient’altro.

Night Hunter è un prodotto passabile giusto per riempire una serata, moooolto lontano da quanto si poteva sperare dall’unione di una produzione di valore con un bel pugno di professionisti sul set.

Il cliffanger finale prova a far sudare i palmi, portandoci in un bosco innevato in cui ogni scricchiolio potrebbe essere il cattivo che ci ha aggirati e cerca di tagliarci la gola. Il sudore non arriva, lasciando spazio alla certezza che si poteva fare di meglio.

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