Obi-Wan Kenobi e la pace stellare, intimismo e integrità nei personaggi ideati da George Lucas. L’analisi di Claudio Mattia Serafin.

La saga in nove episodi dedicata alla stirpe degli Skywalker, comunemente nota come Star Wars, sembra essere giunta al termine; nel frattempo i team creativi della Disney e della Lucasfilm tengono in vita la serie, espandendone il relativo universo, proprio come negli anni Ottanta e Novanta fecero tanti scrittori e affezionati.

A ben vedere, non si è andati molto lontano dai desiderata dei fan, se si pensa che molti concetti essenziali degli ipotetici sequel dell’episodio VI sono stati rispettati quasi alla lettera (la prole di Han, i cloni dell’Imperatore, Luke anziano maestro, vicino a una grigia neutralità della Forza, i manufatti Sith, ecc. Tutto ciò che all’epoca veniva informalmente denominato universo espanso).

Obi-Wan Kenobi, la serie

Grande attesa vi è proprio per la serie televisiva Disney+ dedicata al personaggio di Obi-Wan Kenobi (nuovamente interpretato da Ewan McGregor), maestro Jedi ritiratosi su Tatooine con lo pseudonimo di Ben, al fine di vegliare sul piccolo Luke, oltre che per meditare in pace.

In quel periodo di intermezzo si ipotizza che il passaggio dalla mezza età alla vecchiaia del venerato cavaliere Jedi sia costellato da avvenimenti interessanti. Il temperamento calmo e riflessivo, molto equilibrato del personaggio lascia intendere che egli possa essere rimasto coinvolto in conflitti esterni, relativamente ai quali dovrà esercitare le sue arti diplomatiche.

Ben Kenobi è stato interpretato da Alec Guinness nei film originali e nei prequel da Ewan McGregor attore scozzese, entrando di diritto nella galleria dei personaggi cinematografici più amati della fantascienza mondiale (si veda la decisione dell’American Film Institute).

Obi-Wan Kenobi rappresenta l’archetipo e la guida, il quale aiuta e consiglia il giovane e inesperto protagonista (secondo lo schema scientifico della fiaba di Vladimir Propp), ma chiaramente l’esperienza teatrale e cinematografica dei due attori che lo hanno interpretato lo rendono un personaggio completo e affascinante.

O forse è necessario e imperdibile (proprio) perché si tratta di un Jedi? Kenobi è senz’altro il primo jedi a fare la propria comparsa, il che in punto di narrazione permette di scoprire qualcosa di più a proposito di questo mitico ordine: una casta sacerdotale, la quale si è spezzata in tempi remoti, per via dell’egoismo e della bramosia che hanno sedotto i Jedi caduti, ovverosia coloro che vengono chiamati Sith.

Il primo Sith che entra direttamente nella trama è proprio un ex allievo di Obi-Wan, Darth (titolo onorifico del Male) Vader. C

on lo svolgimento di tutti quanti gli episodi, si viene a sapere che i Jedi si sono avvicendati in gran numero, come una vera e propria Accademia, mentre i Sith, in numero non maggiore di due, hanno sempre operato nell’ombra, mantenendo un rapporto duale dato dall’insegnamento (più o meno deviato) e dall’apprendimento.

Le loro finalità: la vendetta, la violenza, il riscatto (obiettivi per vero vagamente romantici e decadenti… Nel senso oscuro del termine).

Tra fiaba, mito e fantascienza

Un’interessante variazione sul tema dei Samurai e dei Ronin, come anche su quello degli stregoni, degli eroi mitologici, ossia tutte le fonti di ispirazione dello statunitense George Lucas, che all’epoca (anni Settanta) forgia una sceneggiatura fuori dal tempo, poi messa in scena con tecniche di regia ed effetti speciali che – come noto – hanno del tutto (e per certi versi brutalmente) cambiato la storia del cinema (a questo proposito è davvero notevole la biografia di Lucas scritta da B. Jay Jones).

La saga fantascientifica in esame, in realtà, non sembra neanche autoqualificarsi come tale, essendo forse una fiaba preistorica avvenuta, appunto, “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”.

Come se i viaggi interstellari e i poteri mistici della Forza fossero poi scomparsi nel nulla, lasciando alla nostra conoscenza un universo (molto) scientifico.

Ragionamento non dissimile da quello effettuato da Tolkien, il quale ritiene che Hobbit, Elfi e Nani abbiano infine lasciato i continenti centrali (l’Europa) circa seimila anni fa.

Lucas e Tolkien come demiurghi dell’immaginario (rispettivamente) americano e britannico? Decisamente sì.

Guerre stellari, una “serie di film”

Le Guerre Stellari fanno da sfondo a conflitti classici, eppure originalissimi; gli episodi della saga riescono a essere tenui nella trattazione di temi eterni e nel coinvolgere conseguentemente tanto i piccoli quanto gli adulti.

George Lucas sembra aver inventato il concetto di “serie”, non dovendo scendere a patti con il piccolo schermo: gli episodi sono film a se stanti (l’Episodio IV, come anche l’I, per certi versi l’VIII), ma unificati dalla trama e da una numerazione precisa.

Una “serie di film”, che dunque non rinuncia all’unità narrativa nobile e compatta del cinema (si può immaginare Star Wars diluito in ottanta o novanta noiose ore e relative stagioni?), e tantomeno all’etica dell’immagine e dei suoi innumerevoli significati (non compaiono mai provocazioni sessuali e/o depressive, così tipiche del fantastico seriale e plasticizzato dell’oggi).

Insomma, abbiamo ancora molto da imparare, noi giovani apprendisti… ! Nell’arte e nella narrazione, come anche nella vita.

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