Una chiacchierata con Oyadi

Intervista a Oyadi

Stefania Piangatelli, nota come Oyadi, bresciana, giovane e con talento da vendere, si racconta e ci regala la sua personale visione del mondo della notte e non solo.

Si va avanti, si sorride, l’atteggiamento deve essere sempre quello di apertura verso il mondo. Non importa quello che succederà, capisci. Tanto sono forte, questo è il concetto.

La lunga chiacchierata con intervista con Stefania Piangatelli, aka Oyadi, talentuosa DJ bresciana, si conclude, al momento dei saluti, con queste mie parole: “Tu hai confermato tutto.”

La bella impressione che si ha di qualcuno prima di incontrarlo e di conoscerlo, le famose goodvibes che possono trasparire suoi profili social, dalla sua arte, dalle sue hit musicali o dai suoi coinvolgenti DJ set, nel caso specifico, tutto ciò è poco più di un promettente sussurro nel vento che poi deve superare la severa prova dei fatti.

La verifica che l’immagine pubblica, perfetta, patinata, comunicata al mondo e ai fan corrisponda, e quanto, alla realtà, alla sfera privata. Quella che alla fine per chi, come me, ama badare al sodo e ci tiene a dare valore ai rapporti interpersonali reali, autentici, conta davvero. In questo caso è tutto vero.

Oyadi e Stefania combaciano al 100%. Quando ci vediamo nella location scelta per l’intervista, un’affollata pasticceria di Brescia, Stefania arriva con alcuni minuti di anticipo. Un saluto e un sorriso, ci accomodiamo ad un tavolo e la conversazione comincia.

L’intervista

Prima e dopo l’intervista vera e propria, dedichiamo parole e tempo a conoscerci meglio, raccontandoci i reciproci progetti. Costruita con naturalezza un’atmosfera di intesa cordiale, l’intervista che segue, da piatto forte e motivo dell’incontro, passa ad esserne una piacevole, quasi ovvia conseguenza.

Quando parla di sé e del proprio lavoro Stefania/Oyadi sorride, soprattutto con le parole e con gli occhi, comunicando a chi ascolta un entusiasmo e una passione che sono allo stesso tempo causa ed effetto del talento espresso da diversi anni in consolle.

Gli esordi

La prima cosa che le chiedo è di parlarci dei suoi esordi. Mi incuriosisce sapere quanto abbia contato la sua famiglia nella scelta della carriera di DJ.

Il frizzante fiume in piena che mi arriva come risposta è una sorta di divertente, sincera biografia in pillole. Se vogliamo, adattata ai linguaggi e alle sensibilità del popolo di Instagram e di YouTube. Stefania racconta di aver avuto da sempre una forte propensione musicale.

“In casa trovavo e ascoltavo tanta musica. La vita dei miei genitori è sempre stata influenzata dalla musica, da ogni genere di musica. Dalla mia mamma nigeriana ho assorbito la cultura afro e nigeriana, mio padre, italiano, mi ha fatto conoscere la musica italiana, dai grandi classici in giù, e mi ha trasmesso la passione per il jazz e il funky. Mio padre ha viaggiato molto, è stato in Africa, dove ha conosciuto mia madre. Anche lui, a sua volta, è stato influenzato da diversi generi musicali. Questo è l’ambiente in cui sono cresciuta. Avevamo una chitarra. Da bambina mi ci divertivo, mi capitava di strimpellarci un po’. Ero piccola e, fai conto, più o meno in seconda elementare sono andata a fare un corso, in oratorio, per imparare a suonare la chitarra. Non è andata bene. Non avevo feeling con il maestro, ho iniziato subito a fare la ribelle, saltavo le lezioni ed è finita lì, molto presto. Allora ho detto: proviamo con il basso. La chitarra ha troppe corde, magari è quello il problema”, ride.

“Forse qualche corda in meno poteva giovare. Ma no, niente, anche con il basso non è andata bene. Crescendo, ritengo che sia stata l’influenza dei media, tipicamente radio e tv, a mettermi sulla strada giusta, quella che mi avrebbe poi portato ad un DJ set.

Mi spiego meglio. Quello che mi interessava davvero era mescolare, mischiare suoni provenienti da dischi, da posti diversi. Era più un’intuizione all’inizio, che un’idea consapevole vera e propria. Mi sentivo come se mi mancasse ancora qualcosa. Guardavo MTV e vedendo i DJ e il loro lavoro ho capito, ho avuto l’illuminazione. Ho detto: voglio fare quello! Il problema è che non è una cosa molto normale chiedere a mamma e papà di comprarti una consolle. Mi hanno sempre incoraggiato nelle mie scelte, ma sul punto erano un attimo titubanti, lo confesso. Per mettermi alla prova, a cavallo tra la terza media e la prima superiore, mi hanno comprato la mia prima consolle, una Gemini. Era una Gemini monoblocco. Adesso sono tornate in voga perché ci sono le consolle compatte della Pioneer, ma allora era un po’ da “sfigati” avere una consolle così perché, invece di comprare due piatti, due giradischi, due CDJ, un mixer, tu prendevi una roba che aveva tutto insieme. Quindi era un po’ cheap, diciamo la verità.

Però i miei mi hanno detto: se ti piace e vuoi farlo, inizia da questo e poi vedi. Col senno di poi, grazie a Dio che hanno fatto così. Con la Gemini dovevi smanettare, non aveva sensibilità, il Jog non andava avanti…Però il concetto di base mi piaceva. Facevo tutto in camera mia. La mia scrivania, che usavo per studiare, è stata occupata dalla consolle. Non ci metti due cassettine, per sentire quello che suoni? Quindi, scrivania occupata. Non parliamo delle reazioni dei vicini… anche mia madre ad un certo punto veniva a dirmi: abbassa ‘sta musica!

Ho fatto il liceo linguistico a Brescia, e mi sono sempre data da fare con lo studio. Ero in prima superiore e verso le quattro e mezza/cinque del pomeriggio staccavo dai libri e mettevo su un paio di dischi. Facevo casino, lo ammetto. All’inizio, naturalmente, ho “perso” tanto tempo nel cercare di capire e di capirmi. Non esisteva ancora il concetto dei video tutorial su YouTube. E, in ogni caso, abitavamo in una zona di Brescia dove la connessione internet, in quegli anni, non era eccezionale. Te la dovevi gestire tu, in qualche modo, insomma. Si trattava di essere autodidatti per forza.

Ad un certo punto mi sono venuti in soccorso i miei genitori, mio padre in particolare. Mi ha trovato un corso per aspiranti DJ, che tenevano a Brescia due ragazzi. Questi due giovani DJ insegnavano le tecniche base del mestiere. Corso molto bello, mi ha dato molta sicurezza. Il mio problema è stato solo quello di averlo fatto un anno dopo aver iniziato a provare da sola. Per un anno ho tra virgolette perso tempo, cercando di fare un qualcosa che non capivo benissimo cosa fosse e come funzionasse. In un mese, il loro corso mi ha spiegato, chiarito i miei dodici mesi di tentativi da autodidatta. Sono stata attenta e umile, quasi timorosa, questa volta.

Ero una ragazzina, mi sentivo ancora piccola, avevo paura a fare domande. Ascoltavo e cercavo di capire e di mettere in pratica tutto quello che spiegavano. Stavo zitta e ascoltavo. Anche se facevano vedere delle cose basiche, che adesso mi verrebbe da dire che sono delle “scemenze” no?, ogni volta che andavo, in quelle lezioni di un’oretta mi aprivano un mondo. Mi facevano capire cose che avevo provato a fare da sola, ma in cui mi ero bloccata, dove non riuscivo ad andare avanti. L’esperienza è stata positiva e mi ha dato, come ti dicevo, un senso di sicurezza. Vedi, il lavoro del DJ è solitario, molto incentrato su te stesso. Soprattutto all’inizio della tua carriera, sei tu, in una stanza, che cerchi di comprendere come funziona, come far funzionare il tutto. Si tratta di una tecnica, di trovarla e provarla. Come tutte le tecniche, ti devi mettere tu da solo, devi metterti lì a provare, finché non ti riesce.

Al corso eravamo una decina di ragazzi, io ero l’unica ragazza. Ce ne erano di più grandi di me, diciotto, diciannove, anche vent’anni. Alcuni non avevano mai visto una consolle, proprio zero, nemmeno provata. Io, bene o male, avendoci smanettato per mesi, alcune cose le davo un po’ per scontate. Ad esempio, la questione dei volumi, il fatto di sapere che c’è un master, che ci sono dei bassi, dei medi e degli alti. Tutte queste cose le davo un po’ per scontate, perché avevo già smanettato, avevo provato a togliere tutti i bassi, etc, diciamo cose che adesso mi viene da ridere no?, perché sono ovvie ora.

Ma se sei una ragazzina, ed è la prima volta che vedi una cosa così, senza avere internet che ti spiega di cosa si tratta o come si fa, se devi fare tutto tu, ti metti lì e provi, provi, provi. Il corso è stato fantastico. I ragazzi che lo hanno tenuto poi li ho rivisti. Li ringrazierò per tutta la vita, perché mi hanno reso consapevole dei miei mezzi e delle mie capacità. Un altro colpo di fortuna è stato un incontro avvenuto nella palestra che frequentavo al tempo.

Ci veniva un ragazzo, Nicolas, che lavorava al Soho, un locale tra Brescia e Cremona. Gli avevo raccontato che avevo fatto questo corso, e che mi sarebbe piaciuto fare la DJ. Non mi definivo ancora DJ, avevo paura di farlo, mi sembrava di mancare di rispetto ai veri DJ, no? Passa un po’ di tempo e poi lui mi chiama e mi propone di andare a mettere su qualche disco al Soho.

La mia reazione è stata una via di mezzo tra l’esaltazione e l’ansia. Lì dici: cosa rispondo adesso? Cosa faccio? Sono pronta? Tra l’altro, mi dice che avrei percepito un compenso. Mi è aumentato il panico. Se mi davano un compenso, voleva dire che dovevo essere al top. Anche in questo caso i miei mi hanno dato una bella spinta. Mi hanno detto: vai, che inizi. Non pensare al lato economico, se non te la senti gli dirai di lasciar perdere.

Il problema del compenso era che la cosa mi metteva ulteriore pressione. Sono sempre stata una ragazzina molto responsabile, anche allora quello che facevo volevo farlo bene, altrimenti preferivo non farlo affatto. Da lì però è iniziato tutto. Con un’ansia totale, mi preoccupava anche solo mettere a tempo un disco. Ero talmente agitata che non ricordo tutto. Però mi ricordo che con Nicolas c’era un altro DJ, per il mio esordio avevo alle spalle più ragazzi. Ad un certo punto, Nicolas mi ha detto: è arrivato il tuo momento, vai.

Ho fatto appello alla consapevolezza che avevo conquistato fino ad allora e mi sono buttata, ho vinto paure e ritrosie. Mi sono resa conto che sapevo cosa stavo facendo, mi ero preparata, avevo selezionato i dischi giusti e quindi è andata. Da lì ho preso il via. Per il fatto che ero una ragazza, ma anche perché ero molto giovane, c’era una certa curiosità intorno a me. Ho avuto la possibilità di girare veramente tanto. Brescia, Cremona… andavo a fare i miei aperitivi, i pre-serata etc.

Tutto è iniziato, chiaramente, con gradualità, prima i pre-serata e gli aperitivi, situazioni più lounge, più di ascolto, dove contava non tanto il tecnicismo del mixaggio puro, che si perfeziona negli anni, ma la selezione musicale. La capacità tecnica è arrivata negli anni, perché ci vuole tempo. In quel periodo, in cui non c’era il sync, suonavi ad orecchio. E contava la passione musicale. Quella c’era, quella è stata la fortuna più grande.”

Entusiasmo e freschezza da vendere.

Le chiedo dei suoi successi, i pezzi che l’hanno fatta conoscere in radio e che ci hanno fatto ballare sui dancefloor di molti prestigiosi locali, in Italia e non solo. Remedy, Time Again, Say Something.

Le domando come sono nati, e che tipo di tappe siano stati per lei, lungo il suo percorso come artista, come producer. Oyadi sottolinea che nasce come DJ, e mi dice che il suo lato producer le piace molto e che però è una parte di lei che va a completare la sua carriera di DJ.

“Dopo aver fatto serate in locali di alto livello, parlo ad esempio di un Pineta (Luxury Hall, Milano Marittima, ndr), un Peter Pan, il Muretto, cioè il Muretto, e non per una sera – posti prestigiosi, per il tipo di sound e per il fatto che devi essere pronto per fare locali del genere, se no non ti chiamano – , sentivo comunque l’esigenza di crescere, di fare qualcosa di più. Volevo lasciare qualcosa di più, in quei locali, al pubblico, oltre a suonare dischi di altre persone.

Da qui è nata la voglia di mettersi ulteriormente in gioco e iniziare a buttare giù qualcosa. È molto difficile creare un pezzo dall’inizio alla fine, è assolutamente necessario affidarsi a dei professionisti che sappiano il fatto loro. Sai qual è il problema? Che hai mille idee, ma selezionare la migliore è molto meno banale di quanto sembri.

Per questo c’è bisogno di lavorare in team. I tre lavori sono usciti con etichette diverse. I primi due sono stati realizzati a distanza di un anno uno dall’altro, le uscite discografiche in questo caso non corrispondono ai rispettivi periodi di lavorazione.

Remedy, il primo brano, è nato proprio per soddisfare l’esigenza di cui ti parlavo prima. Volevo realizzare un qualcosa che avesse il mio nome, il mio sound, il mio imprinting, che per una volta non fosse il “metto i dischi di qualcun altro”. Premetto che non ho mai seguito grandi corsi di musica, ho sempre suonicchiato, mi sono sempre arrangiata, come si suol dire. Una volta però ho seguito un corso molto bello, di un annetto, con Ivan Ronda, che suona l’organo. Un maestro bravissimo che mi ha dato una base di composizione classica. Senza voler sminuire nessuno, iniziare a produrre solo con la strumentazione tecnologica, diciamo così, non me lo sentivo nelle mie corde.

Anche per il mio vissuto fino a quel momento, per la mia esperienza di vita. Con quel corso, per farla semplice, ho imparato cosa sta bene con cosa, se io metto un accordo, cosa devo metterci dopo, cosa devo metterci prima…tutto quello che mi interessa, rendendolo armonico. Remedy e Time Again sono stati fatti con questo tipo di approccio. Say Something no, perché è un remix, e quindi cambia tutta la storia. Per capirci, le mie erano bozze, erano idee, giri di pianoforte che stavano e non stavano.

Il mio primo grande collaboratore è stato Fish, Big Fish, che nasce dall’hip hop, ma è un grandissimo produttore di musica elettronica. Con lui, in studio, abbiamo realizzato Remedy, lì in strumentale, naturalmente, poi è venuto il cantato. Ogni tanto penso a quei momenti, quando andavo in studio a Milano da Fish il mercoledì pomeriggio, mentre frequentavo l’università. È stata un’esperienza fantastica. Sono tutte tappe. Io ritengo di non essere ancora arrivata a dire questo è il mio suono, questo è il mio sound. Come tutte le cose, ci vuole tempo. Se io dicessi di essere riuscita a creare il mio sound in uno, due anni, non sarebbe credibile. Ma pian piano ce la sto facendo.

Time Again è stato un successo, sicuramente, più orecchiabile di Remedy. Anche se devo dire che Remedy, col cantato, così, lo sento come un brano molto intimo. Time Again lo vedo con un’ottica più da far festa, come una traccia più liberatoria. Time Again lo ascolti in macchina e ti lasci scappare un sorriso. Fa parte delle fasi della vita. Quando è arrivato il momento di realizzare Time Again, produrre un brano era per me una faccenda più tranquilla, la vivevo in maniera più easy, con meno stress. Penso che mi rappresenti molto, anche perché c’è stato un lavoro importante dietro, con una scelta di suoni curata, figlia dell’esperienza maturata con Remedy.

Time Again ha avuto diversi remix, nati per i bei rapporti che spesso si creano tra DJ nel nostro ambiente.” Dopo questo interessante excursus in merito al percorso creativo che ha generato le sue celebri hit musicali, decido di indagare uno dei tanti aspetti che mi incuriosiscono della persona che ho di fronte.

Le influenze

Chiedo ad Oyadi come la influenzino le sue origini, le radici italo-nigeriane. Lei va dritta al punto.

“Ritengo che l’eredità maggiore ricevuta dalle mie origini italo-nigeriane sia quella di non avere limiti, di non vivere o vedere nulla come un limite. Sono già stata in Nigeria quando ero piccola, avevo solo cinque anni. Sei una delle prime persone a cui lo dico, con grande felicità ci sto per tornare. Parto con mia mamma e vado a trovare mia nonna e la mia bisnonna. Sarà una grande festa. Io ho ricevuto un’istruzione, un’influenza, come vuoi chiamarla, sia dal punto di vista culturale che musicale, e del modo di vedere o vivere la vita, da entrambi i mondi, Italia e Nigeria, Europa ed Africa.

Crescere in questa sorta di terra di mezzo, di territorio di confine tra culture, ti porta a non avere pregiudizi, limiti, visioni chiuse. Al contrario, hai una visione molto aperta. Questa è stata forse la difficoltà maggiore per le persone che hanno lavorato con me. Ho una visione totalmente aperta. Capisco che invece, a volte, soprattutto in questo business, è importante non chiudersi, ma porre, porsi dei limiti, delimitare gli orizzonti, fare delle scelte precise e andare avanti.

Tante volte, invece, io ho una visione aperta, non pongo e non mi pongo limiti, penso che nulla sia impossibile o troppo difficile, in un certo senso. Questo mio modo di essere è uno dei lati del mio carattere, con aspetti positivi e negativi, come tutte le cose. Penso comunque che mi abbia portato fortuna, alla fine. Senza questa mia caratteristica, magari, come DJ donna mi sarei approcciata all’ambiente in un modo più chiuso, più convenzionale. Avrei realizzato brani più commerciali. Per come sono, mi sento più libera.

Non ritengo che si debba sottostare a certe convenzioni, a certe “regole” per forza. Io dico chissenefrega se adesso sta andando un genere, piuttosto che un altro. Stiamo parlando di musica, la musica è il mondo. Ora c’è Spotify che aiuta a diffondere questa visione più open mind. Prima c’erano le radio e se tu non finivi in classifica in Italia, era un problema. Adesso è già diverso. Con Spotify, anche se il brano non passa in radio, ma è il numero uno in classifica che so in Grecia, ma chissenefrega dell’Italia.

Sono cresciuta in Italia, quindi, nel bene e nel male, anche dal punto di vista discografico, mi sono sempre dovuta interfacciare con una mentalità, con un modo di vedere le cose, tipicamente italiano. Ma io questa cosa qua non l’ho mai vissuta come un limite. Ho detto, ok, loro vogliono fare così, ma io non voglio “subire” la questione e basta, proviamo a superare la faccenda, ad andare oltre, mettendoci anche del mio. Questa mia indole è secondo me uno dei regali più belli delle mie origini multietniche. Origini che, lo ripeto, hanno influenzato anche la mia cultura musicale.

Voglio dire, quando butto giù un brano, un’idea, lo spunto non è mai quello del voler assomigliare ad un’altra persona, ad un altro artista. Al contrario, mi nasce dentro un tale turbinio creativo che le direzioni che poi posso prendere sono sempre imprevedibili. Aspetti di me che sono finiti ad esempio anche dentro Time Again.

Io penso che tutti i brani abbiano un messaggio. Il messaggio di questo pezzo è che bisogna investire su sé stessi, è un invito a pensare che nonostante tutto tu sei forte, che anche se qualcosa non va devi sbattertene. Time Again, che alla fine penso mi identifichi tantissimo, vuole comunicare proprio questo. Anche se mi crolla il mondo addosso, anche se ci sono dei problemi, chissenefrega, andiamo avanti. Si va avanti, si sorride, l’atteggiamento deve essere sempre quello di apertura verso il mondo. Non importa quello che succederà, capisci. Tanto sono forte, questo è il concetto.”

Dopo queste parole, impossibile cambiare argomento. Procedo con una domanda legata alla precedente.

Melting pot

Chiedo ad Oyadi come veda il melting pot culturale di oggi. Se ritenga che siamo all’inizio di qualcosa di meraviglioso e di promettente o se invece pensi che ci sia ancora molto da lavorare nella società attuale.

Stefania risponde anche questa volta in maniera diretta, senza fronzoli.

“Su questi temi, secondo me, c’è sempre da fare qualcosa di più, è una questione culturale. Come in tutte le fasi, economiche e politiche, che attraversano la società, ci sono e ci saranno sempre dei gruppi di interesse che sono portati a fare leva su certe situazioni, piuttosto che su altre, per creare divisioni o al contrario per trovare punti in comune, per creare ponti, tra i Paesi e le persone.

Politica ed economia sono cicliche, tutto si riduce ad una perenne lotta tra interessi divisivi e spinta all’unità, alla collaborazione. Ogni momento storico vede la prevalenza dell’uno o dell’altro di questi opposti atteggiamenti. Attualmente in Italia vedo un forte tentativo di creare contrapposizioni, ma è un tentativo, una specie di scommessa spregiudicata se vuoi. Il fatto che possa prevalere o meno sulla voglia opposta di fare e di creare comunità è tutto da vedere.

Sono dinamiche che è molto facile trascinare sul terreno del razzismo, sulla contrapposizione tra bianchi e neri etc. Ma se togli di mezzo la politica e scegli di guardare al quotidiano, alla realtà di tutti i giorni, le cose cambiano. Nel mio lavoro, nelle discoteche, io vedo gruppi di ragazzi e ragazze che si divertono, gruppi dove ci sono giovani bianchi, neri, gialli, rossi, verdi… Tutti i colori messi insieme.

Questo è quello che vedo. Vedo rivalità in amore tra ragazzini italiani che si contendono una ragazzina italiana, ma anche di colore, o una ragazzina albanese, cinese. Non ci sono distinzioni, si sta tutti insieme, anche nei piccoli grandi problemi che si hanno a quell’età. Prevale l’essere umano. Il punto è mettere da parte la politica. Ci sono culture che nei locali non vedi. È vero. Ma è una loro libera scelta, che va rispettata. Non bisogna stare insieme per forza, negli stessi posti. L’importante è l’armonia, la convivenza pacifica, il rispetto. I

o che sono una ragazza “mista”, ti dico la verità, ho una visione ampia, una mentalità aperta, che include entrambe le culture. Il mio sguardo abbraccia sia il bianco che il nero, non vedo solo una parte. Non ne sono proprio capace. Ti ripeto che in giro vedo molta armonia, molta spontaneità. Io sono cresciuta con in classe una ragazza marocchina, un’ucraina, una russa. Qui a Brescia sono sempre stata abituata ad essere in contatto con diverse culture. Anche questa è globalizzazione. Siamo in Europa, ormai, ricordiamocelo. Il confronto, la convivenza tra diverse culture, è un arricchimento.”

Impossibile ricevere risposte “sbagliate” da Oyadi. Tornando al suo lavoro, le faccio notare che le sensazioni che comunica con i suoi DJ set sono di solarità, divertimento e leggerezza.

Dj set e emozioni

Le domando se ci si ritrovi in questa descrizione dei suoi set, e che tipo di emozioni voglia o pensi di trasmettere durante le sue esibizioni.

“Ti ringrazio. Perché io non lo so, non me ne rendo conto. Cioè, me lo dicono, è vero, però io faccio fatica a rendermene conto. Voglio dire,  sono una persona molto spontanea e tutte le persone che agiscono con spontaneità, per istinto, poi fanno fatica a vedersi da fuori, secondo me. Perché tu ti comporti così e basta, ti viene naturale, non ci stai a pensare più di tanto su. Però ti confermo che me lo dicono, e ti ringrazio. Quando metto i dischi, è come se stessi parlando, comunicando con il pubblico, con chi è davanti. Questo è un aspetto di cui sono consapevole e che mi piace molto. Mi metto in comunicazione con i ragazzi, ma soprattutto con le ragazze.

Quando a volte le noto tra il pubblico e mi sembrano a disagio, rabbuiate voglio dire, perse nei loro pensieri, la sensazione che voglio trasmettere è quella del dai, fregatene, balla e fregatene, ti stai divertendo. Sei qui per quello, caccia via i brutti pensieri da un’altra parte. Mi piace abbattere la barriera tra me e il pubblico. E’ così che vivo io la discoteca, così ho vissuto tante serate che ho fatto. A volte tra artisti, DJ, e pubblico la distanza c’è, la si vuole creare, mantenere. Alcuni professionisti la preferiscono, non so perché, forse perché si sentono più fighi (ride). A me piace creare un’atmosfera.

In discoteca l’atmosfera più giusta secondo me è quella in cui tutti si sentono liberi di cantare, ballare, divertirsi, di conoscere persone, è quella in cui la distanza, la rigidità non ci sono affatto. Questo è il feeling che cerco di costruire con i DJ set. Cerco di realizzare un percorso musicale che porti al divertimento. Voglio che la gente davanti a me si diverta. Se tu mi dici che durante i miei DJ set comunico leggerezza, questo mi fa molto piacere. E ti ringrazio.”

Sono curioso di scoprire dove Oyadi abbia vissuto le esperienze più significative, nei locali dove ha suonato, se in Italia o all’estero.

Intervista a Oyadi

The best club in the world

Le chiedo dove senta di esprimersi al meglio e dove trovi i migliori club, quelli più adatti a lei e al suo modo di fare musica.

“Allora,”, le scappa un altro sorriso, “il fatto è questo. Io non mi sento mai a disagio. Anche quando mi trovo in una situazione che magari è diversa da tutte quelle in cui ho lavorato prima, non lo vivo come un problema. Lo spirito è sempre quello del “son qua, c’è da fare un DJ set, bisogna divertirsi”. Quindi è difficile, ti dico la verità, dirti quale può essere stata la situazione nella quale io mi sia trovata meglio, perché faccio un ragionamento esattamente inverso. Mi adatto sempre alla situazione e faccio in modo che venga fuori una serata fantastica. Faccio fatica a sceglierne una in particolare, tra le tante.

Non posso però non menzionare lo stadio di Ancona nel 2015, con qualcosa come trentamila persone in attesa del grande Jovanotti. Era la prima, l’opening del tour di Jovanotti. Io avevo il DJ set di apertura, dopo di me c’era Salmo. Erano tutti gasatissimi, c’era molta pressione, ero io che dovevo dare il via a tutto. Adesso mi domando come ho fatto a non agitarmi. In quei momenti, prima di iniziare, ero tranquillissima. Ero nel backstage con Salmo, chiacchieravo, nel 2015 ero piccoletta se vogliamo, ma vivevo le cose in maniera tranquilla, spontanea. Solo quando sono salita sul palco ho capito l’entità della faccenda, ma prima zero, non ne ero consapevole. E’ anche vero che è successo tutto in maniera graduale.

Prima c’erano stati locali come il Muretto, il Pineta, il Peter Pan che ti abituano piano piano a vivere realtà come quelle dove, anche se non sei al centro dell’attenzione, ti senti però addosso una pressione alta da parte della proprietà, da parte degli organizzatori. Ti senti fortemente responsabilizzata. Niente è stato lasciato al caso, tutto è stato ragionato, il percorso di crescita è stato graduale. Quello è stato importante, perché fare un Jovanotti, fare uno stadio, senza la giusta maturità di consolle, sarebbe stata veramente una carneficina.”

Multimedialità

Ho un’altra curiosità. In tema di contaminazioni multimediali, domando ad Oyadi quale mezzo o arte, cinema, fumetto, etc, lei senta più vicino al suo modo di fare e vivere la musica.

“Mah, ti dico la verità, allora…anche qui salta fuori il mio problema con i limiti. Nel senso che non me ne pongo. Quando vedo un film o una serie tv molto belli, mi partono mille idee. Ad esempio, mi piacerebbe che fosse realizzato un film sul mondo dei DJ, qualcosa di diverso da ciò che è stato pur girato finora, che racconti davvero la quotidianità del nostro lavoro, l’impegno e l’energia che noi mettiamo ogni sabato sera nei nostri set, nelle nostre serate. Rispetto al cinema, comunque, vedo molto più affine a me la scrittura. A me piace buttare giù idee, che poi uso in musica.

Quindi è una forma d’arte che sento più vicina, la letteratura, perché in un certo senso, nel mio piccolo, un po’ già ci pratico, nella stesura delle idee che poi traduco in musica. Spesso uso le note del cellulare, quando mi viene in mente qualche spunto interessante. Molto meno romantico di un taccuino per queste cose, lo so. Comunque sì, dopo la musica, la forma artistica che sento più vicina a me direi che è la scrittura. Se ci pensi, alla fine è tutto un po’ un racconto, anche il modo in cui una persona vive una serata.”

Oyadi è una ragazza dalla bellezza pulita e raffinata, che arriva allo sguardo con gli stessi accenti garbati che caratterizzano un po’ tutto il suo modo di essere.

Fashion

Mi sembra quindi d’obbligo chiederle che rapporto lei abbia con il suo look, con la moda. E che connessione veda tra musica e immagine. Anche in questo caso, risponde senza tentennamenti.

“Come in tutte le cose, in un progetto che sia solo studiato a tavolino il fake salta sempre fuori. Non sono state molte le situazioni nelle quali ho dovuto dire: io in quella roba lì non ci voglio entrare. Non che fossero situazioni dove c’era chissà che cosa, ma il mio forte senso di dignità ha prevalso e mi ha portato a rifiutare. Anche questo lato di me deriva dalla mia parte africana. Nella cultura africana le donne hanno una forte consapevolezza di loro stesse.

All’interno della società africana la donna ha un ruolo molto forte, un ruolo che le permette di dire dei no in determinate situazioni. Si tratta di poter pretendere di essere rispettate. Mia mamma mi ha insegnato ad avere rispetto per me stessa. Io so di non essere una brutta ragazza, sono conscia di essere una persona di bella presenza e so anche che ci vuole un attimo ad usare tutto questo per avere successo nel mondo della musica. Però, ti dico la verità, io preferisco puntare sul mio talento di artista che sul mio aspetto o sull’immagine.

Non solo perché la bellezza non dura all’infinito, ma perché ritengo che ciò che si può comunicare attraverso l’immagine debba comunque venire al secondo posto, mettiamola così. Poi, che in un DJ set sia bello curare look e stile, ci sta. Ad esempio, di recente ho stretto una collaborazione con Joy Kimono, una stilista di New York che disegna dei kimono stupendi. Sono molto belli e io li indosso molto volentieri, perché li adoro, mi fanno impazzire. Sono andata proprio in trip per questi kimono. Ma si tratta di un valore aggiunto, non di un qualcosa di fine a sé stesso.

Anche quando indosso uno di questi bellissimi kimono io sto facendo un DJ set, quello che conta è la musica, il mio percorso artistico. Non mi interessa avere su Instagram foto più o meno sexy. Chissenefrega, capito?”, ride, “So che potrei avere molti più follower se cambiassi stile, te lo dico. Alcuni locali mi fanno notare che dovrei curare di più i social. Io non posto venti storie in un giorno facendo vedere quanto sono bella perché non penso di dover puntare su questo.

Ci sono tantissime ragazze più belle di me, che facciano pure così, che puntino pure sul loro aspetto, è giusto, perché hanno quello come chiave per arrivare al pubblico. Io non ritengo di avere il look come chiave, capisci? Ci sono persone che si sorprendono, che mi criticano per questa mia scelta. Vorrebbero che mi esponessi di più, che mettessi sui social più foto che raccontino di me, della mia quotidianità. Punti di vista. Paradossalmente si cerca un po’ di genuinità, perché ormai è tutto molto artefatto.

Ti racconto una cosa, un problema che ho riscontrato un paio di anni fa, quando è esplosa la moda delle DJ donne. Ero disperata, perché faccio la DJ da quando avevo sedici anni, ci ho investito tempo e passione. Pensa a quanti fine settimana, a quante serate non ho passato con le mie amiche e i miei amici. È da una vita che faccio questo lavoro e che ci dedico il mio tempo libero, perché ho sempre studiato, prima il liceo, poi la laurea triennale, poi magistrale. Il tempo libero l’ho sempre dedicato alla mia passione. Ci sono sacrificio e impegno dietro ai risultati e ai successi che ho ottenuto finora.

Vedere che il tuo percorso professionale rischia di essere confuso con quello di ragazze di bellissima presenza che fanno le DJ da tre mesi ti assicuro che non è una bella cosa.”, risata, “Dici cavoli, ma che palle no? E’ umano. Fanno il loro, per carità, ognuno segue la propria strada. Però ti fai due domande. Non è che ho sbagliato qualcosa, ti chiedi. Rifletti sul tuo passato, ti domandi se tanto impegno sia servito a qualcosa o no. Spero che questo boom delle DJ donne sia finito. Te lo dico fuori dai denti. Perché mi ha svantaggiato e basta, il fatto di rischiare di finire nel mucchio. Anche se credo che alla lunga la qualità paghi e venga sempre fuori.

Quando mi chiamano a fare DJ set in Romania, non lo fanno perché sono bella, o per i miei follower su Instagram. Mi chiamano perché vogliono che alla loro serata la gente si diverta e sanno che io posso fare in modo che accada. Ti danno fiducia, ma è una fiducia che si basa sui fatti. Conoscono i locali dove ho lavorato e quindi sanno cosa posso garantirgli in termini di DJ set. In Romania ho suonato più volte, anche in diversi locali, a conferma che non si è trattato di un fuoco di paglia. La loro è una bella realtà, il loro concetto di discoteca è molto diverso rispetto al nostro.

Lì la discoteca è come da noi il club, è più come il Pineta, per intenderci, è quel luogo dove uno va vestito bene, dove si tiene un certo stile. Qui da noi, invece, il trend era un po’ cambiato, nella maggior parte dei locali si andava semplicemente a far caciara. In questo caso la colpa la trovi a metà strada, equidistante tra ciò che ti chiede il pubblico e la proposta che arriva dai locali. L’offerta musicale, la programmazione, in molti casi si è appiattita. Bisogna tenere alto il livello. Se dai, hai un ritorno. Ultimamente sono più contenta, perché sembra che i locali abbiano capito. Molti di quelli con cui collaboro hanno compreso che per fidelizzare è necessario curare la programmazione stagionale. Noto una positiva inversione di tendenza.”

Provo ad indagare in un altro ambito che mi sta molto a cuore, nel mondo della notte come altrove.

Nightlife

Chiedo ad Oyadi quanto contino i rapporti umani nel suo lavoro, nella scelta delle sue collaborazioni, delle sue serate. Arrivano subito altre belle conferme.

“Sì, ci sono i rapporti autentici, veri, in questo ambiente. Secondo me sì. Perché alla fine il rapporto umano conta sempre. Siamo esseri umani, fatti di carne ed ossa. Questo è un lavoro, non bisogna dimenticarlo, ma anche in un’azienda contano i rapporti umani. Io penso di essere apprezzata. E penso che nei locali dove vado poi resti qualcosa, che il rapporto rimanga. Il rapporto si costruisce serata dopo serata, quando un locale ti chiama e ti dà fiducia.

Ritengo che il successo di una serata non sia costruito dal solo DJ, ma dal DJ in collaborazione con un buon team. Lo scopo di una serata è quello di far divertire chi hai davanti, chi ti paga l’ingresso perché vuole divertirsi, bere un buon drink, conoscere persone in un ambiente bello, positivo. Questa secondo me è la discoteca, per questo è importante mettere insieme una buona squadra. Può capitare di assistere a delle diatribe all’interno dello staff del locale, per i più svariati motivi. Sono situazioni che mi mettono a disagio, che un po’ mettono a rischio la buona riuscita di un mio DJ set. Io cerco di non farmi influenzare, ovviamente, siamo tutti professionisti.

Ma fa differenza se l’ambiente in cui ti muovi come artista è armonico e coeso, oppure al contrario frammentato e conflittuale. Per questo è importante fare squadra. Quando entro in un locale, penso che è come se stessi entrando in un’azienda, in una nuova azienda, con le sue dinamiche interne da rispettare. Io so che devo fare il mio, cercando di far divertire il pubblico. Non ha importanza che tu lavori in un locale una volta o dieci volte, se c’è rispetto reciproco i rapporti che si creano sono fatti per durare.

Ti dico questa. L’altro giorno, a Brescia, sono andata al live di un cantante molto bravo che presentava il suo disco. Lì ho rivisto un DJ di Cremona, si chiama Giorgio anche lui, che era all’evento con la sua ragazza. Mi fa: ma tu ti ricordi di me? E io: sì certo, come faccio a dimenticarmi, con tutte le serate dove abbiamo lavorato insieme? Ma ti parlo di sette anni fa. E da allora non l’ho più rivisto questo ragazzo. In tutto questo c’è la complicità dei social, che ti permettono di mantenere i contatti con persone che non vedi da anni.

Tanti dicono che il mondo della notte è un brutto mondo. Non sono d’accordo. A me, che lo vivo da DJ, piace molto. Ci sono persone valide. Incontri ragazzi della mia età, o anche più giovani, e vedi che ci credono, in questo mondo. Fanno i fotografi, i videomaker, li vedi che sono sul pezzo. Di recente, a Parma, ho visto una ragazza di circa vent’anni che faceva la videomaker un sabato sera. In casi come questi, dove vedo dare un’impronta femminile all’ambiente, in ruoli che spesso sono appannaggio maschile, mi viene da dire: sei la mia soddisfazione.”

Domando ad Oyadi i nomi dei suoi DJ di riferimento, presenti o passati.

“Sicuramente Osunlade. È fortissimo, gioca tantissimo col tribale. Se lo ascolti, ti sarà chiaro perché le mie origini africane mi influenzano così tanto. Se invece devo farti un nome di un DJ più commerciale, allora ti dico David Guetta. Perché ha fatto un percorso con cui è riuscito a cambiare le sonorità. Lui ad un certo momento è riuscito a dire io faccio questo album e con questo album cambio il tipo di musica che deve passare nelle radio, nelle discoteche. Ed è una cosa che solo un grande professionista può fare. Ti fa scoprire un sacco di artisti nuovi, emergenti.

Io personalmente prendo ispirazione da tantissimi DJ. Mi capita ogni giorno di sentire il brano di qualcuno ed entusiasmarmi per il suo lavoro, tante altre volte non succede, o magari capita in maniera meno intensa. Sono tutte considerazioni fluide, che cambiano nel tempo, anche in base alla mia evoluzione come artista e come persona. Se mi avessi fatto la stessa domanda tre, cinque anni fa, con ogni probabilità ti avrei risposto diversamente.”

Intervista a Oyadi

Futuro

Chiudo con un quesito classico. Domando che aspettative abbiano Oyadi e Stefania per il futuro. Che cosa vedano in arrivo per loro nei prossimi mesi. Oyadi/Stefania anche in questo caso di dubbi ne ha pochi.

“Bisogna sempre porsi degli obiettivi. Considera che mi sono laureata circa un anno fa e ho capito che per lavorare nel “mondo del giorno”, chiamiamolo così, voglio essere coinvolta in un progetto che abbia una forte ambizione, che mi permetta di crescere, che mi possa dare un qualcosa in più. Al momento mi sto dedicando tantissimo alla musica, sto buttando giù tante idee. Alcune di queste le ho girate a diverse persone con le quali collaboro e sto avendo dei buoni riscontri. Mi aspetto che questi progetti vadano in porto. Fammi un grosso in bocca al lupo.

Nel mio prossimo futuro vedo DJ set e produzione. Mi ero un po’ fermata, con la produzione, perché dovevo finire l’università, preparare la tesi, dovevo dedicarmi a questo. Preferisco fare una cosa bene, che farne due male. Sono fatta così. Uscire con robaccia non mi pareva il caso. Cerco di calibrare sempre tutto. La strada è tracciata. Ti dico una cosa in esclusiva, una cosa che sanno solo i miei cari. Non ti posso svelare molto, ma il mio DJ set cambierà, ci sarà un qualcosa di nuovo, di diverso, per proporre al pubblico un DJ set più coinvolgente. La tecnologia a volte è un limite, aiuta troppo. Questo può portare ad un appiattimento. A me interessa coinvolgere le persone con i miei set, con la mia musica.

Ritengo che un DJ set fine a sé stesso sia coinvolgente solo in parte. Ho capito che manca qualcosa. Ti inviterò assolutamente alla prima serata che farò con questo nuovo DJ set. Vedrai cosa mancava, le novità ti piaceranno. E mi capirai, soprattutto (risata).”

Ringrazio Oyadi per l’invito. Non mancherò di certo. Ad intervista conclusa, con Stefania la chiacchierata prosegue ancora per un altro po’. Ci confrontiamo, ci scambiamo idee e promesse di progetti comuni.

Io regalo a Stefania un mio manoscritto, per ringraziarla per il suo entusiasmo e la sua musica. Ci salutiamo con l’intento di rivederci presto. Come ho detto all’inizio, le conferme attese sono arrivate. Tutte.

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