Piccolo corpo, la recensione di Giacomo Brunoro del film di Laura Samani presentato in anteprima al Festival di Cannes.

Piccolo corpo di Laura Samani non è un film facile, e non solo per il tema affrontato dalla regista italiana.

Presentato in prima mondiale alla Semaine de la critique del 74esimo Festival di Cannes, il film di Samani ci parla di un dolore indicibile, quello della perdita di un figlio.

Per farlo la regista sceglie il friulano (per fortuna che c’erano i sottotitoli in inglese e in francese in sala se no ero fregato). Una scelta che in alcuni casi è quasi poetica, in altri invece è un po’ meno riuscita, probabilmente a causa degli interpreti.

I dialoghi sono essenziali, a rappresentare un mondo lontano nel tempo e quasi dimenticato, un mondo in cui esprimersi era difficile (in tutti i sensi).

Agata, protagonista del film, è intrappolata in una realtà ancestrale fatta di superstizione e ignoranza, tanto che non solo non riesce ad accettare la morte della sua prima figlia, ma neppure che la piccola non vada in Paradiso perché nata morta. Intraprenderà quindi un viaggio disperato alla ricerca di un mitico santuario in cui i bambini nati morti vengono riportati in vita per un attimo, giusto il tempo di essere battezzati.

Quello di Agata è un viaggio verso il nulla, un viaggio disperato che attraversa il Friuli dall’Adriatico alle Alpi. Un viaggio metaforico, senza dubbio, in cui Agata compie un vero e proprio atto di fede, guidata dalla forza incrollabile dell’amore e da un sentimento religioso arcaico e totalmente irrazionale.

Quelli che si scontrano sono due mondi pervasi da un’ottusità profonda: da un lato il clero che si rifiuta di dare una degna sepoltura a una bambina nata morta perché “questa è la regola” (regola peraltro molto diversa al giorno d’oggi viste le posizioni ufficiali attuali del Vaticano su questi temi); dall’altro lato invece l’ottusità di Agata, disperata perché priva dei mezzi culturali e sociali necessari per elaborare un lutto così tremendo.

La storia scorre lineare senza riuscire mai a sfociare nella poesia, nonostante i paesaggi mozzafiato in cui si muovono i protagonisti, veri e propri scenari da favola. Una sorta di road movie senza strade ma fatto di boschi, fiumi, sentieri e gallerie. Un viaggio di sola andata per una dimensione altra in cui si assiste al rifiuto totale della realtà da parte della protagonista, un rifiuto figlio di un condizionamento culturale così forte da essere insormontabile.

Senza dubbio un buon film, uno di quei lungometraggi che ti costringono a fare uno sforzo per entrare dentro alla storia e che, spesso, mostrano senza spiegare, raccontano senza parlare.

Piccolo corpo è un film che difficilmente vedremo in sala ma che testimonia come sia possibile fare cinema cercando strade lontane dal mainstreaming, con una tono di voce personale e originale.