Romolo – Il primo Re, la recensione

Romolo il primo re, recensione

Romolo – Il primo Re, la recensione di Linda Talato del romanzo di Franco Forte e Guido Anselmi pubblicato da Mondadori.

Romolo il primo re, recensione
  • Titolo: Romolo – Il primo Re
  • Autori: Franco Forte e Guido Anselmi
  • Editore: Mondadori
  • PP: 455

Devo essere sincera: di romanzi storici belli nei ho letti diversi negli ultimi tempi, ma senza voler togliere nulla a nessuno, devo dire che Romolo, il Primo Re sale senza dubbio sul mio personale podio.

Il romanzo scritto da Franco Forte e Guido Anselmi e pubblicato da Mondadori, è davvero, ma davvero bello, per una molteplicità di motivi che cercherò di riassumervi in questa recensione.

Il mito di Romolo e Remo

455 pagine dedicate al mito di Romolo e Remo e alla fondazione di Roma che divorerete. Gli autori sono riusciti a spiegare nel modo più semplice possibile un momento della nostra storia come nazione che tutti abbiamo studiato a scuola, ma che forse non tutti abbiamo compreso e apprezzato come merita.

Questo è un romanzo storico alla portata di tutti, e non solo degli appassionati del genere.

La storia si suddivide sostanzialmente in due parti, nella prima gli autori ripercorrono la vita dei gemelli dalla loro nascita – spiegando da dove arrivano certi miti, come quello che li vuole figli del Dio Marte e di una vestale, e allattati da una lupa – fino alla prima giovinezza e al tragico evento destinato a dividerli per sempre.

Nella seconda, invece i protagonisti indiscussi saranno Romolo e la città di Roma dalla sua fondazione, con alcuni momenti, a mio parere, quasi commoventi: la costruzione delle mura, l’intuizione di una forma di governo assolutamente nuova e quasi impensabile, per l’epoca, ovvero il Senato, la nomina dei senatori e la formazione dell’esercito con le centurie.

Usando delle grosse pietre e tavole di legno, Romolo recintò le aree destinate alla sua futura dimora, al tempio di Marte, ai luoghi di culto dei Lari e di Vesta, e infine lo spazio da usare per le assemblee pubbliche. Fu un processo piuttosto lungo e faticoso, al termine del quale dovette personalmente scavare la fossa di fondazione, un’area quadrata e profonda nella quale molti contadini versarono primizie e prodotti della terra. Accanto alla fossa, gli uomini del villaggio edificarono una piccola ara, su cui Romolo accese il primo fuoco regio, mentre nuove esplosioni di giubilo celebravano quell’importante momento rituale. Il sole aveva intanto superato il mezzogiorno. Romolo iniziava a sentire la stanchezza e la tensione, ma non potè rifiatare neppure per un istante: stava per iniziare la fase cruciale del rito, lo scavo del Sulcus Pimigenius.

Un rivoluzionario visionario

Romolo era un visionario e un rivoluzionario, tenendo conto che stiamo parlando del 750 a.C., e aveva un modo assolutamente nuovo di concepire la città, i rapporti tra i nobili e la gente comune – che lui chiamava già “cittadini” – ma anche i rapporti sociali e il ruolo della donna.

«Intendo ridurre le distanze tra voi e il popolo» dichiarò.

«E come pensi di farlo?» chiese un altro nobile, seduto alla sua destra.

«Dovrete trasformarvi nei protettori del popolo. Sarete coloro a cui si rivolgeranno nei momenti di difficoltà. Li difenderete e spiegherete loro le leggi che non capiscono. Vi trasformerete, da odiati e prepotenti, nei loro secondi patres.»

«E cosa ci guadagniamo?» chiese un altro uomo, con una spiccata pronuncia albana.

«Oltre alla possibilità di governare insieme a me, intendi?»

Totalmente diverso il fratello Remo, una persona crudele e spregiudicata, che frequenta sin da giovanissimo una banda di predoni – diventando un delinquente a sua volta – e non perde l’occasione per ingannare il fratello e addirittura attentare alla sua vita.

Più si procede nella lettura e più sarà sconvolgente rendersi conto di quanto due persone nate dagli stessi genitori, allevate dalle stesse persone – i gemelli verranno cresciuti dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larenzia – e cresciute nel medesimo contesto diventino poi così diverse da non sembrare neppure parenti, tanto che, a un certo punto della storia, Romolo si accorgerà di come smettano di somigliarsi anche fisicamente.

Una serie di personaggi femminili sorprendenti

Il ruolo della donna, dicevamo. Nei romanzi storici, soprattutto in quelli ambientati nell’antica Roma dove a far da padrone sono guerra, politica e tutto ciò che, all’epoca, riguardava esclusivamente il mondo maschile, non è semplice trovare spazio anche per personaggi femminili carismatici e che “portino avanti” la storia tanto quanto i personaggi maschili.

Gli autori ci sono riusciti egregiamente, con Tarpeia, Ersilia, ma anche con Acca Larenzia e Rea Silvia. Figure forti, affascinanti, valorose e pronte a morire per i propri ideali tanto quanto gli uomini e, soprattutto, non idealizzate, non mitizzate.

Le donne hanno pregi e difetti paragonabili a quelli degli uomini, s’infuriano e giurano vendetta, tradiscono e sanno tornare sui loro passi. Nessun personaggio femminile scialbo, che risponde a logiche stereotipate e un po’ “meh”, come definisco io a volte le figure femminili di qualche storia.

Sul fronte tecnico, la storia è narrata in terza persona e il punto di vista prevalente è quello di Romolo, con qualche eccezione su Remo nella parte iniziale della storia.

I capitoli brevi forniscono buoni “punti di appiglio” al lettore per destreggiarsi in una storia complessa – soprattutto nelle parti che riguardano le battaglie – ma che non annoia mai e, anzi, proprio sui passaggi che più difficilmente si riesce a far digerire ai lettori – gli scontri armati in primis – riesce a coinvolgere e appassionare ancora di più. Pochissimi i refusi e chiari i cambi di scena.

… Io desidero che Roma diventi una città magnifica, rispettata e temuta da tutti. Ma perchè ciò accada, bisogna prima realizzare qualcosa che ancora non abbiamo. E che non hanno Alba Longa, o Gabi o Cenina.»

«E cosa sarebbe?» chiesero in molti.

«Il senso di appartenenza» rispose Romolo. «L’orgoglio di sentirsi parte della nostra comunità. Ogni romano dovrà avere la certezza di poter contare sugli altri romani.» Passò in rassegna con lo sguardo l’intero uditorio. «Ma queste, sfortunatamente, non sono cose che si possono imporre con la forza.»

«Mi sembrano parole piuttosto vaghe, le tue» intervenne Tarpeio.

Romolo lo fronteggiò direttamente, perché gli era ormai chiaro che fosse lui il più influente tra i convenuti, e dunque il più difficile da convincere.

«Io vedo centinaia di romani» riprese cercando di dare forza alle sue parole, per esprimere la convinzione che lo animava dentro, «migliaia in futuro, che agiscono come un solo uomo, uniti e compatti. Li immagino sorretti dall’orgoglio e dalla volontà di conquista. Non esisterebbe impresa impossibile per tali uomini.»

Promosso e consigliatissimo su tutti i fronti. Spero che uscirà un seguito. 

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