La recensione di Danilo Villani della serie tv dell’Alligatore di Daniele Vicari e Emanuele Scaringi tratta dai romanzi di Massimo Carlotto.

La serie tv dell’Alligatore era attesissima dai lettori storici di Massimo Carlotto. Attesa con un misto di speranza e paura, perché in tanti temevano di restare delusi dalla una trasposizione televisiva di un personaggio così complesso e, sopratutto, che ha rappresentato una rottura profonda negli schemi della letteratura italiana.

Danilo Villani, storico collaboratore di Sugarpulp e, soprattutto, lettore della primissima ora dei romanzi di Massimo Carlotto, ci racconta la serie tv dell’Alligatore partendo da molto lontano.

Correva l’anno 2006

L’anno era il 2006. I social network muovevano i primi passi e il loro sviluppo era, fra molti dubbi e poche certezze, ancora in fase embrionale. Tra i mezzi di comunicazione disponibili si distinguevano i cosiddetti forum, generalmente inseriti all’interno del sito web madre.

Il sito era www.massimocarlotto.it (oggi estinto) e, grazie al forum, era possibile interloquire e interagire con lo scrittore padovano.

La saga dell’Alligatore era arrivata, con la pubblicazione de Il maestro di nodi  al quinto volume quindi l’interesse dei lettori era cresciuto in maniera esponenziale e gli argomenti e gli spunti sullo stesso forum permettevano, anche grazie al contributo dei lettori, la fruizione a 360° dell’opera dello scrittore.

Ricordo di aver posto una precisa domanda a Massimo:

non pensi che la saga sia ormai pronta per una trasposizione televisiva o cinematografica?

La sua risposta:

in questa Italia da Mulino Bianco, penso sia difficile, molto difficile…

Bisogna anche sottolineare il fatto che all’epoca piattaforme come SKY avevano come target primario il calcio giocato e contesti come Netflix o Prime erano assolutamente impensabili quindi delle due l’una: RAI o Mediaset. Considerando il personaggio Carlotto e tutti i risvolti politici legati alla saga, benché circoscritti a quello che lo scrittore chiama “territorio” ovvero il nordest della penisola, i sogni rimasero intrappolati nel forziere che neanche il Credit Suisse. Però…

Arriva il 2020…

Arriva il 2020, anno che sicuramente passerà alla storia come uno dei più nefasti almeno della storia recente e, con grandissima sorpresa, le vicende di Marco Buratti & co. ricevono la giusta trasposizione televisiva, udite, udite, su RAI2! Bellissima notizia che rischiara il fosco panorama dell’anno in corso.

Grazie a Rai Fiction che ha curato l’intera produzione, da oggi (25 novembre) l’Alligatore irrompe, letteralmente, nelle case del Bel Paese. Con quali effetti non possiamo prevedere ma sicuramente costituirà un grosso precedente poiché gli argomenti trattati, il linguaggio, certe situazioni presenti nello sceneggiato, a mia memoria, non sono mai stati evidenziati in maniera così brutale in una produzione della TV di stato. 

La serie tv dell’Alligatore in streaming anche su RaiPlay

La mia è stata un’autentica full immersion: 8 puntate, grazie a RaiPlay, sciroppate senza soluzione di continuità e quindi non sufficienti per un’analisi critica approfondita. Pertanto mi limiterò ad evidenziare quelli che (a mio personalissimo parere) ritengo i punti di forza e quelli di (in verità pochi) debolezza:

La fotografia

Semplicemente perfetta. Talmente chiara e dettagliata da apparire “dark”. Algida quanto basta per trasmettere sensazioni noir allo spettatore.

Il richiamo al simbolismo letterario statunitense

Acqua. Pioggia, palude, mare, fango tossico. Tutti elementi inseriti alla perfezione nel contesto scenico. Acqua come simbolo di putridume, di tossicità, di sporco assoluto. Ma anche di redenzione e purificazione.

Il cast

Matteo Martari. Per circa tre lustri si sono fatte ipotesi, casting virtuali sull’artista che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Buratti: Giallini, Corsato e persino Raul Bova. La scelta di un attore, pressoché sconosciuto come Martani si è rivelata vincente e virtuosa. Matteo “È” l’Alligatore. Nella voce, nella postura, nella mimica facciale. Un piccolo appunto però ai costumisti: dove sono i jeans? Gli stivali di pitone? Il giubbotto da aviatore? Peraltro indossato da Rossini…

Thomas Trabacchi. Non sappiamo se l’attore milanese d.o.c. abbia applicato il metodo Stanislavskij ma una cosa è certa nonché impressionante: nella graphic novel Dimmi che non vuoi morire è presente Beniamino Rossini reso “fumetto” dalla penna di Igort. Ebbene la somiglianza tra lo stesso e Thomas è stupefacente. Segno indubbio di un “lavoro” intenso e accurato sul ruolo. Autentiche chicche sono le espressioni in dialetto milanese conseguenti ai contesti di scena che costituiscono valore aggiunto.

Eleonora Giovanardi. Ho sempre immaginato Virna come una milfona da manuale. La scelta dell’attrice emiliana ha suscitato in me più di una perplessità in quanto, forse dettate da un mio pregiudizio dopo la visione di Quo vado, l’ho sempre idealizzata come troppo politicamente corretta e quindi lontanissima dal prototipo della donna amata da Buratti. Invece la Giovanardi è riuscita a sorprendermi: sensuale, sfacciata, sorridente e soprattutto sexy. Beve, fuma e fa l’amore con una naturalezza unica. Grandissima nella sua parte.

Gianluca Gobbi. Non “ciccione” ma abbastanza robusto da sostenere la parte di Max la Memoria. Personaggio totalmente rivoluzionato rispetto ai libri e reso dall’attore milanese più attuale ma non per questo meno combattivo.

Cameo. Non guest-stars ma gioielli. Due brevi apparizioni che riempiono l’anima e il cuore. Un sassofonista e un portiere d’albergo. I veri addicted non faranno fatica ad accorgersi di loro.

Ho volutamente evitato di scrivere su Greta. È un personaggio inedito e quindi difficile da metabolizzare al primo impatto. La Solarino è bella, sexy e conosce il mestiere. Avremo occasione di parlarne e di scriverne.

Una serie tv da tesi accademica

La serie è degna di una tesi accademica quindi ci si limita allo stretto indispensabile e a consigliarne la visione con la massima concentrazione sia sui personaggi che sui dialoghi, fondamentali nello sviluppo della trama.

Una domanda: perché di Pellegrini non si fa mai il nome? Forse è un parente di Giorgio? 😉

5 barbabietole su 5

Glitch

Per chi volesse, è consigliata la lettura delle note di regia di Daniele Vicari. 

Advertisements