Seven Seconds è una serie imperdibile per tutti gli amanti dei crime drama: una eccezionale storia corale che mette alla berlina il sistema giudiziario americano.

Triste e malinconico come il cielo plumbeo che spesso ci viene mostrato nel corso dei suoi 10 intensi episodi Seven Seconds è senza ombra di dubbio uno dei migliori crime drama realizzati negli ultimi anni.

Ideato dalla sceneggiatrice Veena Sud (The Killing) e dal regista Gavin O’Connor (Warrior, The Accountant) e ispirato al film russo The Major, questo tv show rappresenta una fotografia spietata della società americana e del suo sistema giudiziario.

La serie – prodotta e lanciata da Netflix nel 2018 – è, o meglio doveva essere un progetto antologico, ahinoi cancellato dopo la prima bellissima stagione, ovviamente   autoconclusiva.

Le ragioni di questa scelta sono del tutto sconosciute in quanto Seven Seconds è stato premiato da buona parte della critica ed ha incassato il consenso quasi unanime del pubblico. Ma ormai si sa, quando il livello è molto alto, come in questo caso e in quello di Mindhunter, la piattaforma di Los Gatos decide – spesso in maniera masochistica – di eliminare o sospendere le produzioni seguendo logiche del tutto incomprensibili a noi comuni mortali. Ma tant’è, passiamo alla storia.

La storia

In una fredda mattinata invernale New York si risveglia ricoperta di neve ed il giovane detective della narcotici Peter Jablonski attraversa il parco di Jersey City per raggiungere l’ospedale dove la moglie Marie sta per partorire il loro primogenito.

Il poliziotto parla al cellulare, si distrae ed investe Brandon Butler, giovane afroamericano che stava attraversando con la sua bici il parco. Spaventato si rivolge al suo capo, Mike DiAngelo ed ai suoi colleghi Osorio e Wilcox ed insieme decidono di abbandonare il giovane apparentemente privo di vita e di non denunciare l’accaduto perché secondo di DiAngelo, negli States, per l’opinione pubblica  “Quando c’è di mezzo un poliziotto bianco ed un ragazzino nero morto, non è mai un incidente”.

Brendon Butler, sebbene ferito in maniera grave, non è però affatto deceduto e viene ritrovato poche ore dopo e trasportato in condizione disperate in terapia intensiva. Il caso viene affidato alla disillusa procuratrice KJ Harper ed al pungente detective Joe “Fish” Rinaldi.

Seven Seconds, una serie molto sopra la media

Con questo incipit duro ed intrigante  Seven Seconds ci proietta nel racconto di una vicenda cruda e piena di colpi di scena capace oltre che di appassionarci di smuovere sentimenti profondi che vanno oltre la semplice voglia di vedere come andrà a finire

Siamo di fronte a una serie molto sopra la media, finemente scritta ed interpretata in modo egregio, dove la risoluzione di un crimine diventa il pretesto per una mai banale analisi sociale.

Per darvi qualche coordinata in più su questo lavoro possiamo citare il mood di American Crime e When they see us per quanto riguarda le tematiche ma anche The Shield e The Wire per la descrizione della corruzione in seno alle forze di polizia e dei meccanismi e motivazioni che spingono la squadra di DiAngelo a prevaricare innocenti e a fare alleanze con la criminalità per il proprio tornaconto personale.

A parte una scrittura appassionante e praticamente perfetta gran parte del merito di questo successo va ad un cast numeroso ed affiatatissimo: anzitutto l’eccezionale Regina King (American Crime) nei panni dell’inconsolabile Latrice Butler, madre di Brandon, Clare-Hope Ashitey a interpretare la procuratrice KJ Harper, Michael Mosley nella parte di Joe Rinaldi e David Lyons in quelli di Mike DiAngelo. Ma sono gli attori tutti, anche i comprimari, ad offrire una prova corale indimenticabile e di grande spessore. 

Ogni personaggio deve in qualche modo fare i conti con sé stesso e con le proprie azioni ed è questa la vera forza dello script firmato dalla Sud, che dedica ad ognuno di essi una minuziosa indagine psicologica, rifuggendo dalla mera e superficiale dicotomia bene-male e astenendosi anzi dal dare un giudizio anche sulle condotte più riprovevoli, lasciando allo spettatore il compito di valutare e tirare le proprie conclusioni.

Il vero villain in questa serie – il cui finale è un bel pugno nello stomaco – è il sistema americano tutto, incapace di giudicare un crimine senza buttarci dentro politica, interessi, sentimenti e preconcetti.

In un’epoca in cui il #blacklivesmatter è tornato ad essere di grande attualità Seven Seconds diventa ancor di più una visione imperdibile e necessaria per chiunque sia in cerca di un prodotto che vada oltre il puro e semplice entertainment e regali un livello di coinvolgimento che di rado Netflix è stato in grado di raggiungere negli ultimi tempi.

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