Sportin’ Life, la recensione

Sportin' Life, di Abel Ferrara

Sportin’ Life di Abel Ferrara è un cavallo impazzito che corre a briglie sciolte per 60 minuti. Un documentario senza regole che affascina.

Sportin’ Life, il documentario di Abel Ferrara proiettato alla 77a Mostra del Cinema di Venezia, è la sesta tappa del progetto artistico Self.

Curato da Anthony Vaccarello, direttore creativo di Saint Laurent, Self vuole rappresentare una testimonianza artistica della nostra società evidenziandone la complessità attraverso la visione di artisti che evocano l’idea di fascino tipica della celebre casa di moda parigina.

Date tutto questo in mano a uno come Abel Ferrara e il risultato non può che essere una bomba. Attenzione, non sto dicendo che Sportin’ Life sia un documentario girato a regola d’arte. Anzi, tutt’altro. Ferrara stravolge forme e grammatica del genere per sbatterci di fronte la sua personalissima visione della vita e del suo lavoro di regista.

Un giro sulle montagne russe

L’idea di fondo, andare alle origini della creatività e del modo di lavorare di Ferrara, viene fatta a pezzi e poi ricostruita grazie a un montaggio che si rifà più alle dinamiche delle montagne russe che alle regole della bella narrazione.

Ferrara ha svuotato sul tavolo 5 scatole diverse di puzzle, ha mischiato per bene tutti i tasselli, e poi li ha rimessi insieme a forza fino a comporre un enorme quadro.

Lo spettatore assiste a una sorta di stream of consciousness apparentemente privo di ratio: stralci di interviste, pezzi di vecchi film, foto e video presi dal web, estratti dei concerti del tour francese della band di Ferrara, conversazioni private.

Le immagini e le parole corrono veloci sullo schermo, annaffiate da un blues nostalgico ed elettrico che pervade con la sua gioiosa malinconia tutto il film.

Ferrara e Defoe, due giganti

A rubare parte della scena i dialoghi tra Abel Ferrara e Willem Dafoe, due vecchi amici che condividono anni e anni vissuti on the road. Oggi vivono tutti e due per lo più a Roma, che peraltro viene mostrata più volte nel film. La Roma vuota e deserta del lockdown che, insieme a New York, ha una potenza visiva incredibile.

Ecco perché Sportin’ Life vive soprattutto del contrasto tra la musica, le immagini del mondo chiuso dal lockdown, e i dialoghi tra Dafoe e Ferrara. Dialoghi secchi, pieni di verità anche se apparentemente banali.

Sportin’ Life, un documentario da vedere?

Sì, secondo me Sportin’ Life è da vedere. Non è detto che sia bello, non è detto che piaccia, ma sicuramente lascia un segno nello spettatore.

Attraverso gli occhi stanchi di Ferrara vediamo il mondo stoppato dal Covid-19, senza facile riflessioni moralistiche, un mondo antitetico rispetto alla vita frenetica e on the road di Ferrara.

Non ci sono domande né risposte in questo documentario, non si indagano massimi sistemi. La vita che ci mostra Abel Ferrara è quella che ti travolge, che sei costretto a vivere come riesci, cercando di mantenere un equilibrio che, nonostante i tuoi sforzi, resta sempre precario. Perché in fondo la vita va vissuta così, in maniera “sportiva”.

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