La terza stagione di Suburra chiude tra alti e bassi la prima serie italiana di Netflix. Aureliano e Spadino sono entrati nel cuore degli spettatori.

Con Suburra 3,  terza e ultima stagione della prima serie italiana prodotta da Netflix, è giunto il momento di salutare per sempre Aureliano e Spadino. I due criminali romani si congedano da noi con una stagione finale potente e tragica, al termine di sei intensi episodi che tra pregi e difetti hanno dato una chiusura dignitosa a una serie che a suo modo ha fatto storia.

Un bilancio complessivo

Tempo dunque di analizzare (spoilerizzando) questa conclusione della serie e tracciare un bilancio complessivo di un progetto che avrebbe dovuto inizialmente essere un prequel dell’omonimo (e splendido) film di Stefano Sollima del 2015 e si è trasformato invece in una sorta di reboot che prende tutt’altra strada, soprattutto in quest’ultima parte.     

Suburra 3 si apre nel segno della sete di vendetta: quella che Aureliano (Alessandro Borghi) e Spadino (Giacomo Ferrara) pretendono per la morte dell’amico Lele (Eduardo Valdarnini), e quella che Manfredi (Adamo Dionisi), svegliatosi dal coma, vorrebbe consumare nei confronti dello stesso Spadino, reo di aver preso il comando del clan degli zingari durante la sua lunga assenza.  

La storia s’incentra da subito intorno al tema dello scontro e delle differenze tra vecchie e nuove generazioni di malviventi e va in una direzione diversa da quanto visto in precedenza, dove l’attenzione era puntata sul mondo sommerso nel quale politica, Chiesa e malavita tessono la loro rete di affari.

Non che questo elemento manchi, ma se in precedenza la costruzione del Porto turistico di Ostia e l’elezione del  sindaco della capitale avevano costituito il vero fulcro del racconto, in questo caso il nuovo “affare” del Giubileo resta relegato sullo sfondo per permettere agli autori di parlare d’altro, ossia per approfondire le psicologie dei personaggi, i loro sentimenti e le strade che volenti o nolenti sono obbligati a percorrere in quella che ha tutto l’aspetto della più classica delle tragedie. 

Suburra 3, una terza stagione che parte col botto

Si parte subito con il botto: il Samurai (Francesco Acquaroli), il grande burattinaio della mala romana, viene ucciso in un agguato da Aureliano e Spadino, che, oltre a rendere giustizia a Lele, ambiscono a occuparne il posto per essere i nuovi re di Roma e poter mettere le mani sui fiumi di denaro che porterà l’imminente Giubileo.

Per fare ciò dovranno prendere il controllo della difficile piazza di Roma nord e affidarsi ad Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), politico marcio in grado di minacciare e corrompere i più alti prelati.

Una delle più grandi novità messe in campo in Suburra 3 è quello della centralità delle figure femminili: Angelica (Carlotta Antonelli) e Nadia (Federica Sabatini), le donne dei due criminali, sono promosse ad occuparsi in prima persona di alcuni affari delicati. Entrambe dimostrano più raziocinio e perspicacia dei loro uomini, sviluppando tra loro un’amicizia che all’inizio pareva impensabile.

Se da un lato questa scelta di mettere in risalto i loro personaggi è parsa audace e innovativa, dall’altra mi ha lasciato con più di una perplessità, così come quella di puntare sul legame di amicizia, sempre più profondo, tra Aureliano e Spadino. 

Eccesso di sentimentalismo? (occhio agli spoiler)

Nel giro di poche puntate si passa dal mostrare il lato umano dei personaggi a un eccesso di sentimentalismo, che mina la credibilità degli avvenimenti sotto diversi punti di vista. Anzitutto questa criminalità “progressista”, che manda avanti senza remore due giovane donne, mi sembra alquanto improbabile.

Così come pare forzato che un soggetto come Aureliano, che oltre ad essere un malvivente è descritto come il classico maschio alpha pieno di muscoli e tatuaggi, possa instaurare un’amicizia fraterna con un omosessuale  (Spadino), che oltretutto sa essere perdutamente innamorato proprio di lui. Ragazzi, va bene il progresso, la parità tra generi, il politicamente corretto, ma qui staremmo parlando dei peggiori delinquenti di Roma, mica cazzi…

Inoltre ad alcuni personaggi come Sara Monaschi (interpretata da Claudia Gerini e centrale nelle prime due stagioni) ed Adriano (Jacopo Venturiero), il protetto del Samurai, viene concessa una semplice comparsata, quando ritengo sarebbe stato opportuno dedicargli un po’ più di spazio, giusto per chiudere decentemente il loro arco narrativo.

Per ultima, tra le cose che non mi hanno convinto, la sparatoria finale, scritta, girata e montata in modo piuttosto discutibile. Aureliano che da solo con una pistola fa fuori un’intera banda armata fino ai denti, stile Chuck Norris, mi è sembrato un pelo esagerato. Così come il suo arrivo in scena a bordo di un fuoristrada, a 150 km/h,  del quale nessuno si accorge se non quando l’auto sbuca all’improvviso… 

Suburra 3, ecco cosa funziona alla grande

Ma passiamo a ciò che invece in Suburra 3 ha funzionato alla grande: in primis l’alchimia tra Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara, vero perno della serie che in quest’ultima stagione viene messa ancor più in evidenza (seppur la loro relazione mi lasci perplesso per i suddetti motivi) e quella tra le loro compagne, interpretate da Carlotta Antonelli e Federica Sabatini, davvero brave e convincenti. 

In secondo luogo ho apprezzato molto l’inserimento di un personaggio intrigante come quello di Sibilla Mancini (Marzia Ubaldi), vecchia sodale e contabile del Samurai, che nasconde i segreti più pericolosi di Roma. Un character, il suo, che convince proprio perché non si fa alcuna fatica a immaginare figure del genere, apparentemente insospettabili, che agiscono nell’ombra e muovono con estrema discrezione grandi interessi.            

Infine, è doveroso spendere due righe per Amedo Cinaglia, il protagonista che nel corso della serie ha subito la trasformazione più profonda: da politico onesto e dai grandi ideali a colletto bianco pronto a tutto pur di conquistare il posto vacante del Samurai. L’evoluzione (o involuzione) del personaggio egregiamente interpretato da Filippo Nigro si completa perfettamente , ed è forse la cosa migliore di questo finale.

La miglior serie italiana prodotta da Netflix? Probabilmente sì

Tirando le somme delle tre stagioni, Suburra 3 si è rivelato un prodotto appassionante, provocatorio, a tratti imperfetto, ma sempre godibile. Non a caso ha sfondato in mezzo mondo ed è a oggi l’unica produzione italiana Netflix che possa dirsi completamente riuscita.

La volontà degli autori di affrancarsi tanto dalla pellicola di Sollima quanto dall’omonimo romanzo firmato da Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini conferma coraggio, malgrado alcune scelte si siano rivelate sotto certi aspetti opinabili.

Nonostante ciò Aureliano e Spadino sono entrati di prepotenza nel cuore di tanti spettatori, non solo italiani e questo è, inconfutabilmente, un ottimo risultato.

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