Riflessioni sulla saga cinematografica The Equalizer di Antoine Fuqua, un nuovo articolo di Matteo Strukul per Sugarpulp MAGAZINE.

In questi giorni The Equalizer II è arrivato su Netflix. Confesso di essermelo perso al cinema, come anche il suo predecessore, e questo – da estimatore di Denzel Washington – è una piccola vergogna.

Ma ho subito rimediato e me lo sono sparato, andando poi a guardarmi anche il primo. I due film, entrambi diretti da quel genio del male di Antoine Fuqua, stanno serenamente in piedi da soli, voglio dire che non è per forza necessario vederli nella sequenza corretta, funzionano insomma anche da stand alone duri e puri.

Un archetipo dell’American Culture

Sono peraltro il remake o – per meglio dire – la trasposizione cinematografica dell’omonimo show televisivo, creato negli anni ’80 da Richard Lindheim e Michael Sloane. Edward Woodward, nei panni del protagonista, interpretava il detective Robert McCall che, in precedenza, ha lavorato come agente segreto per un’organizzazione sconosciuta, nota come l’Agenzia.

Ora, è chiaro che quello che ho appena detto rimanda, come archetipo, a un altro grande protagonista del mondo dell’immaginario pop, di matrice americana, penso al Punisher di Gerry Conway, John Romita Sr. e Ross Andru, nato nel 1974 in casa Marvel.

Il punto naturalmente non è questo, mi premeva solo notare come un certo tipo di antieroe sembri essere connaturato alla cultura americana.

A differenza delle varie trasposizioni cinematografiche del Punisher però, l’Equalizer di Denzel Washington e Antoine Fuqua colpisce per la carica umana che fa da ideale contraltare alla spietatezza poi impiegata nell’annichilire i cattivi.

In entrambi i film, infatti, ruotano attorno al protagonista le vittime dell’odio quotidiano che caratterizza la razza umana. Figure che esprimono una vulnerabilità e una tenerezza profonde senza peraltro mai scadere nel pietismo.

Penso in particolare alla figura della giovane prostituta russa Alina. Anche qui mi sono tornati in mente almeno due possibili paralleli, uno con Galveston di Nic Pizzolatto che arriverà in autunno nelle sale con Elle Fanning nel ruolo della giovane prostituta Rocky e l’altro con True Romance di Tony Scott scritto da Quentin Tarantino, capolavoro vero per me, con Patricia Arquette a interpretare, anche qui, una giovane squillo chiamata Alabama.

The Eqalizer, il film

Tornando a The Equalizer, Alina è interpretata con tutta la tenerezza del mondo da una formidabile Chloë Grace Moretz – ve la ricordate Hit Girl? – che in meno di quaranta minuti ci fa fare il tifo per il suo personaggio come non mai, complice una sceneggiatura con i fiocchi e un lavoro attoriale con Denzel nei dialoghi semplicemente esemplare.

E ancora, nel sequel, un altro esempio è il giovane urban writer e disegnatore Miles, interpretato da Ashton Sanders, anche lui alla ricerca di sé stesso, anche lui attento ad ascoltare gli insegnamenti di Robert McCall.

Ma se è vero che – come diceva Keith Richards – le idee sono nell’aria, e se è altrettanto innegabile che la saga The Equalizer si confronti spesso con i cliché del genere, va detto che tutto viene raccontato e girato in maniera magnifica e non solo per quel che riguarda le scene d’azione che ci sono, spaccano e sono dannatamente spettacolari e ti fanno chiedere come sia possibile che un uomo ultrasessantenne possa essere così solido e devastante come Denzel Washington in questi due film.

Quando è la scrittura a fare la differenza

A fare la differenza, dal mio punto di vista, è ancora una volta la scrittura e la capacità di interpretare la storia. Nel senso che Fuqua gira in modo straordinario, da par suo, è il regista di Training Day e Brooklyn’s Finest ok?, ma i dialoghi scritti da Richard Wenk sono semplicemente magnifici e la sua attenzione ai dettagli encomiabile.

Provate ad ascoltarvi come Denzel Washington racconti in poche parole la storia de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway e l’insegnamento che ne trae. Nel corso del film leggerà anche L’uomo invisibile di H.G. Wells e comincerà il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.

Non solo: è magnifico vedere con quale religioso rituale il suo personaggio si prepari alla lettura e quanta attenzione riservi alla sua promessa di affrontare “i cento grandi libri che devi leggere prima di morire”.

Naturalmente non è solo questo, anche se già così c’è da rimanere a bocca aperta. Ho amato quella capacità di raccontare un mondo a prescindere dalla trama e come poi la storia principale prenda lentamente forma da fatti apparentemente slegati fra loro ma che non sono unicamente funzionali alla storia ma servono invece a farci conoscere il protagonista e i personaggi secondari, il loro mondo quotidiano, le sfide di ogni giorno e le piccole vittorie per le quali ciascuno di noi combatte.

Una visione matura

C’è insomma una visione matura, completa, che ancora una volta dimostra come Antoine Fuqua sappia fare cinema d’autore con quattro quarti di nobiltà artistica.

Denzel è sempre lui: anche qui interpreta un character che è predicatore sornione, abilissimo con le parole, attento agli altri, mai banale, sempre capace di trovare in sé stesso una disciplina che gli permette di vivere una redenzione progressiva come già in Man on Fire, per esempio. 

Insomma, al di là degli scontri all’ultimo sangue, delle scene micidiali di corpo a corpo, delle esplosioni, degli inseguimenti mozzafiato, della visualizzazione delle scene che sembrano rimandare almeno un po’ alla prefigurazione delle dinamiche di sterminio dei cattivi dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie, al di là di questo, c’è una struttura narrativa, registica e d’interpretazione talmente solida, attenta e originale da rendere questa saga crime un vero e proprio gioiello. Da non perdere.

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