The Umbrella Academy, la recensione della 2a stagione

The Umbrella Academy, la recensione della seconda stagione

La seconda stagione di The Umbrella Academy sorprende per l’altissima qualità (e peccato per il finale da telenovela). La recensione di Matteo Marchisio.

Considerato il livello altissimo della prima stagione di The Umbrella Academy, sarebbe stato fisiologico un calo di qualità per la seconda.

The Umbrella Academy, season 2, supera perfino le poche incertezze della prima, nate solo dal fatto di dover rodare le gag, per schierare dieci puntate perfette che culminano con trenta secondi al limite del guardabile, preparando il terreno per un terzo blocco di puntate. 

Se seguiranno lo stile degli ultimi attimi della puntata di chiusura della seconda stagione potrebbero buttare il cadavere di The Umbrella Academy tra le tante serie Tv nate benissimo e morte male dopo un pugno di puntate. Che dire: que sera, sera

Gli aggregatori Metacritic e RottenTomatoes confermano il trend positivissimo di un bel prodotto che affianca al dramma familiare, grande leitmotiv della prima stagione, quello del racconto storico della seconda, buttandosi di peso su argomenti come il rapporto tra afroamericani e bianchi nell’America rurale degli anni ’60 o la psicosi anticomunista di quegli anni.

Una seconda stagione di altissima qualità

Il picco di qualità arriva all’episodio 6, Valhalla, con la nascita di Pogo: uno scimpanzé in CGI perfetto, al livello di Planet of the Apes, che interagisce con mamma e papà Hargreeves, anche loro immersi fino al collo in tutto il background complottistico degli anni ’60, tra man in black e corsa allo spazio.

Poi Reginald Hargreeves legge Omero in greco antico, centrando due bersagli con un solo proiettile: fa ascoltare la lingua morta che ha dato vita alla cultura occidentale e dimostra quanto una sceneggiatura di qualità germogli solo da terreni ricchi di conoscenza.

Altra perla sono le musiche che accompagno i momenti corali, mentre i nodi della trama vengono sciolti o stretti: classici hippie con tante contaminazioni di elettronica e rock voluto proprio dall’ideatore del progetto, il produttore Steve Blackman, convinto che la colonna sonora sia un personaggio vero e proprio, sfaccettato come i protagonisti in carne e ossa.

Il cast è lo stesso della prima stagione con un paio di sicari in più, gli esotici Svedesi. The handler, interpretata dalla brava e bella Kate Walsh, la mifleggiante dottoressa Addison di Grey’s Anatomy, è una villan cattiva, astuta, in tacchettini a spillo rossi, placche antiproiettile nel cranio e armi da fuoco spianate. Perfetta per dare la caccia a fratelli Hargreeves tra le pieghe dello spazio-tempo.

Robert Sheenan, Nathan di Misfits, è un grande Klaus Hargreeves bloccato nell’età d’oro degli stupefacenti e della libertà sessuale che si scopre meno fuori posto dei fratelli, ma irrimediabilmente impossibilitato a staccarsi dal suo potere anche negli anni dell’assassino di Kennedy.

Ellen Page è una Numero Sette sempre incasinata, delicata, fragile, confusa e dotata del potere più devastante, che giustamente non sa come sfruttare a pieno neanche nel 1963.

Una chiusura da telenovela

Sembra incredibile sostenere che gli ultimi istanti siano pessimi. Eppure si sbatte il muso contro una chiusura da telenovela di supereroi per ragazzini: i nuovi cattivi in penombra sullo sfondo e leader della fazione dei malvagi armato di ciuffo alla Bieber che guarda di traverso prima della chiusura finale.

La bellezza dei minuti che procedono questo momento è indubbia, per un prodotto che vince premi della critica e fa share

Rimane da chiedersi se la prossima stagione partirà dalla fascinazione ultra pop delle prime due, puntando ancora una volta sul grande team di bravi attori e sul mesh-up di punti di vista e ambientazioni, per dare vita a puntate degne di quelle che le hanno anticipate. Que sera, sera.

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