The World to Come, la recensione

The World To Come, recensione

The World to Come è il film più letterario e visivamente affascinante della Mostra. Una storia d’amore in un mondo spietato e arcaico.

Diretto da Mona Fastvold, tratto da un magnifico racconto di Jim Shepard, il quale scrive la sceneggiatura insieme a Ron Hansen, e prodotto da Casey Affleck, The World to come è un film toccante e letterario ambientato a metà Ottocento nella cruda e gelida cornice dello stato di New York, e in concorso alla 77a Mostra del Cinema di Venezia.

Rigore, eleganza e spietata bellezza

Film di estremo rigore ed eleganza, The World to Come racconta la storia di Abigail e Tally, due donne di frontiera, mogli di contadini, abituate a una vita dura e spietata, resa ancor più difficile da un clima rigido, con neve e ghiaccio per sei mesi l’anno in una landa desolata, seppur di selvaggia bellezza, che annichilisce qualsiasi speranza di realizzazione personale.

Giornate scandite dalla raccolta delle patate, la mungitura delle mucche, la mattanza dei maiali e dal lavaggio dei panni. E poi le riparazioni dei recinti, la fienagione, i rammendi, la cura degli animali, insomma tutto ciò che una fattoria impone, togliendo a ciascuno il tempo da dedicare a sé stesso almeno un po’. Questo ritmo antico e implacabile è reso in modo visivamente efficacissimo.

La forza della natura

Affascinano le riprese della natura, il passare delle stagioni, i colori: il grigio, il blu e il bianco dell’inverno, il verde della primavera, il giallo e il rosso dell’estate, il bruno dell’autunno. E tuttavia atterriscono, quando la camera indugia a lungo su una tormenta di neve che sferza i boschi e le case. Quest’aspetto è, anzi, del tutto peculiare e onnipresente nel film e, a onore del vero, rappresenta anche una parte importante del racconto, come a dire che gli esterni sono parte integrante della struttura filmica.

Un amore per sopravvivere

E poi c’è la storia d’amore fra Abigail (Kathrin Waterstone) e Tally (Vanessa Kirby) che nasce poco a poco come un primo fiore di primavera, fra incertezze, titubanze e il bisogno disperato di essere capite in un mondo che nega loro anche la più semplice e umana delle aspirazioni.

Ne è la dimostrazione plastica la voglia di Abigail di poter avere per sé un atlante geografico dove studiare confini e distanze degli Stati Uniti d’America. Non sarà suo marito, Dyer, interpretato da un misurato Casey Affleck a regalarglielo per il giorno del compleanno ma l’inseparabile amica Tally.

Quest’ultima è sposata a Finney (Christopher Abbott) che incarna in pieno l’uomo del suo tempo: intransigente, duro, osservante fino alla mania dei versetti della Bibbia, stremato dal lavoro nei campi e perciò ancor più attento a pretendere che sua moglie adempia i propri doveri, primo fra tutti quello di dargli dei figli.

Un sentimento che sorprende

In questo contesto senza speranza, caratterizzato da ritmi di lavoro disumani e natura selvaggia, Abigail e Tally trovano l’una nell’altra la forza di andare avanti. Ne nasce un sentimento che diventa amore in modo quasi naturale, alimentato dall’incomunicabilità con i rispettivi mariti, dai silenzi, dalle incomprensioni, figlie di una vita che annulla le relazioni.

Eppure in questo deserto gelido di silenzio e parole taciute Abigail e Tally che affidano il proprio amore alle letture e alle poesie, alle giornate trascorse insieme, al desiderio di conoscenza, scoprono di provare l’una per l’altra un sentimento travolgente che divora i loro cuori come un incendio.

The Wordl To Come ci restituisce una regista in rampa di lancio

Mona Fastvold è chiaramente in rampa di lancio. Affermata sceneggiatrice, con The World to Come la regista norvegese trova uno stile personale, efficace, colto, in grado di cogliere appieno la carica letteraria della storia che racconta.

In questo senso la scelta di utilizzare la voce fuori campo di Abigail mentre legge il proprio diario è a dir poco vincente, giacché cattura e valorizza nel modo più giusto il lirismo dello stile di Shepard. Lo stesso possiamo dire del suo talento nel porre al centro della narrazione la forza dirompente della natura vergine.

Per finire, una curiosità: le foreste e le fattorie dello Stato di New York dell’Ottocento che vedete nello schermo sono in realtà quelle della Transilvania di oggi. Un po’ come accadde per Cold Mountain.

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