Tra patria e spatriati, riflessioni a margine del romanzo di Desiati tra Scotellaro e Parise. Maila Cavaliere per Sugarpulp MAGAZINE.

Il riferimento alla patria ha pervaso tanta letteratura. San Tommaso, nella sua Summa theologiae, afferma che alla patria spetta la pietas, quel sentimento di rispetto ossequioso che si deve a Dio e ai genitori. L’oraziana dulce et decorum est pro patria mori poi, consegna alla voce patria la connotazione politica (patriottico, appunto) di cui si sono serviti tanto i romantici quanto i nazionalisti.

Ma la scrittura contemporanea, dal secondo dopoguerra a oggi, ha, via via, demolito la funzione identitaria della parola patria, compiendo al contrario un continuo processo di overlapping, per il quale l’identità e l’espressione unitaria dell’ idea di nazione sono in continuo mutamento.

Negli ultimi 70 anni, la letteratura ha avuto bisogno di riconsiderare i confini della propria sfera di influenza e del proprio spazio di azione. Le radici, l’ appartenenza, l’ origine sono stati solo il punto di partenza per abbandonare l’ approdo sicuro nella patria e descrivere, e ampliare, senza cercarne consolazione alcuna, proprio la linea d’ ombra tra il limite appreso dai padri e quello immaginato.

Il termine “patria” infatti deriva dal latino ed è facile affermare che la sua etimologia sia nel sostantivo maschile pater, patris. In realtà, l’accostamento ossimorico madre_patria avvicina il lemma all’aggettivo patrius, patria, patrium che sottintende il femminile terra, terrae: terra patria, terra dei padri.

Con queste premesse e con l’intimo esergo di Goffredo Parise e Rocco Scotellaro, oltre a quello di Leopardi citato effettivamente in epigrafe, Mario Desiati con il suo Spatriati sfonda il recinto delle imposizioni e delle regole dei padri per muovere, attraverso un percorso circolare dalla Valle d’ Itria a Berlino e ritorno, il confine possibile del desiderio e della identità come percorso fluido della Sehnsucht, il “doloroso bramare” a cui è intitolato uno dei capitoli del romanzo.

Pagina dopo pagina e utilizzando una biblioteca ricchissima di citazioni e rimandi letterari, nel romanzo di Desiati, lo strappo dalla provincia asfittica e marchiante si consuma e diventa possibile come dire no a uno che ha dato la gamba alla patria!” (Goffredo Parise, Sillabari, Patria).

Allo stesso modo nell’allontanamento dai genitori che “consideravano quel percorso la cosa più opportuna. Gente che conosce perfettamente la verità degli altri ma non la propria” ( Mario Desiati, Spatriati, pag. 7) riecheggia ancora Parise: “In realtà l’ amore paterno e gli sguardi di Piero erano strani,(…) Erano, in una parola, gli sguardi della passione, sempre illusi e sempre disillusi” ( Goffredo Parise, Sillabari, Paternità).

Riuscire a trovare il “proprio centro”, espressione leopardiana in esergo, non è più, nella scrittura di Desiati, sintomo di instabilità emotiva ma affermazione perentoria di una consapevole provvisorietà dei propri approdi, sempre aperti a nuove suggestioni .

Il sindaco contadino di Tricarico scriveva in La mia bella patria:

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

La patria con la P maiuscola di Scotellaro è quella degli ultimi, come è in Desiati quella degli “spatrietə”, degli irregolari, dei non conformi alla legge dei padri e, per questo, ai margini dell’ accettazione. La lirica, contenuta nella raccolta È fatto giorno, accoglie in sé la riflessione intima de “I padri della terra se ci sentono cantare”.

Desiati usa il piano stilistico e narrativo per demolire una idea di patria che già Parise e Scotellaro, (tra le sue meditate ed ossessive letture ) hanno reso succedanea. E così il ricorso a trame antiche e alla luce bianca delle pietre sacre del nostro paesaggio trasfigura la storia di Francesco e Claudia, i protagonisti del romanzo, e la consegna alla sensibilità delle nuove generazioni.

Restano in Spatriati, tra la narrativa classica e il registro techno, la materia perturbante dei non detti, la voce femminile di scrittrici che lasciano tracce seducenti come canti di sirena, di Ligeia (Maria Marcone, Maria Corti, Rina Durante, Mariateresa Di Lascia, Biagia Marniti) la piena cognizione (usata alla maniera di Gadda) della provvisorietà del desiderio e della sua necessità immanente di contenere l’abisso.