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Una fottuta fortuna

“Dài” ruppe il silenzio Mario, “finiamo di bere e andiamo a prenderci quello che è nostro.”
Sarebbero entrati in casa di Folco così, senza armi, a mani nude. Un piano spietato nella sua semplicità. Entrare, uccidere Folco e prendere la schedina. Punto e fine. L’uomo sarebbe finito dentro il letamaio dell’Erle, con buona pace di tutti.
Non sarebbe stato mai più ritrovato, sempre ammesso che qualcuno si fosse preso la briga di cercarlo.
Partirono dieci minuti dopo con due macchine e, nemmeno il tempo di fumare una MS, erano già arrivati nella stradina sterrata che portava a casa di Folco.
Nel silenzio della campagna si avvicinarono all’abitazione.
Duilio Barbato, di professione imbianchino, ma con alle spalle qualche anno di galera per furto d’auto, si occupò della vecchia e malandata serratura della porta d’ingresso.
In pochi istanti i fantastici otto penetrarono nell’abitazione.
Folco, nello stesso momento, dormiva sonni tranquilli nel suo letto al piano superiore.
Cominciò a rendersi conto che qualcosa non andava quando fu svegliato, poco dopo, da una luce intermittente gialla puntata in faccia.
A tenere in mano quella specie di torcia ad intermittenza, di quelle che si comprano dai senegalesi a cinque euro e che si usano per segnalare gli incidenti, Settimo Scalcon, di professione muraro da quando aveva solo dodici anni. Una vita trascorsa fra malta, intonaci, abusi edilizi, vino Merlot e bestemmie usate come punteggiatura.

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