Venezia enigma di Alex Connor, la recensione di Linda Talato per Sugarpulp MAGAZINE del romanzo storico pubblicato da Newton Compton.

Venezia enigma di Alex Connor, recensione

  • Titolo: Venezia enigma
  • Autrice: Alex Connor
  • Editore: Newton Compton
  • PP: 384

Questa recensione era iniziata in modo diverso. Avevo cominciato a scriverla una settimana fa, il tono era allegro, ho ironizzato pure su Lucinda Riley e sul fatto che i suoi siano i romanzi che leggo più in fretta in assoluto e lei è l’unico scrittore (resto del parere che le professioni non hanno genere, e chi ha problemi col maschile neutro può leggere altro, non mi offendo) che è riuscito a farmi leggere romanzi rosa.

Poi in radio ho sentito per caso la notizia della sua dipartita, e mi è passata la voglia di scherzare. Di Lucinda forse vi parlerò in un’altra occasione, questa recensione è di qualcun altro, ma da quel che conosco Alex Connor, sono certa che non se la prenderà se apro le mie riflessioni con poche frasi di cordoglio nei confronti della sua collega recentemente scomparsa.

Era iniziata in modo diverso, dicevo, questa recensione, ma l’umore è mutevole, gli avvenimenti si susseguono in fretta e viviamo in un mondo dove le notizie ora ti rallegrano, e un minuto dopo ti disperano, quindi non posso fare altro che seguire la mia onda emotiva del momento, e parlarvi in toni molto meno leggeri di quanto volevo della mia ultima lettura in cartaceo: Venezia Enigma.

Edito da Newton Compton, la casa editrice italiana della Connor, Venezia Enigma è l’ultimo capitolo della trilogia che l’autrice inglese ha dedicato ai Lupi di Venezia, ovvero I Lupi di Venezia, appunto, I Cospiratori di Venezia – che non ho ancora letto – e Venezia Enigma.

Nella terza puntata della saga ritroviamo gli stessi personaggi, gli stessi luoghi e la stessa inquietudine che animavano il primo romanzo, quell’atmosfera un po’ “noir” che a mio parere costituisce proprio il “marchio di fabbrica” di questa serie.

In realtà, in merito ai personaggi, qualche faccia nuova c’è, rispetto al primo volume, come per esempio Claudio Luini, personaggio interessante ma di cui non voglio rivelare troppo per non spoilerare, e la sua dolce metà, Adua Silvani, ma quelli che “restano” nella mente del lettore li ritroviamo tutti. A partire da Marco Gianetti.

Marco Gianetti, dunque, partirò proprio da lui. Il protagonista più scialbo di sempre, potrei dire. Insicuro, impaurito, manipolabile, codardo… un mediocre in tutto. Un personaggio che, in apparenza, non resta. Non lo senti dentro, non lo porti nel cuore e ti chiedi per tutto il tempo perché sia proprio lui il protagonista e quando si deciderà a prendere davvero in mano la situazione, a decidere della sua vita, a mandare a quel paese chi tiene in scacco la sua esistenza da sempre e a smettere di essere un burattino nelle mani di altri.

Ebbene Marco Gianetti è un protagonista fantastico. Lo dico e lo ripeto, nel caso venissi fraintesa: Marco Gianetti è un protagonista fantastico. Perché siamo noi. Più leggevo, più mi rendevo conto che… Marco Gianetti sono io. E siete voi.

Nella trilogia veneziana, niente protagonisti valorosi e perfetti, niente donne e uomini bellissimi, intelligentissimi, in carrierissima, che vivono amori “issimi”, ma un uomo un po’ imbranato e che non ne azzecca una. Neppure quando mette incinta la sua prostituta. Un uomo che non è cattivo di certo e, anzi, vorrebbe fare qualcosa per riscattarsi e dimostrare che non è il personaggio scialbo che sembra, ma che, come noi, non ci riesce fino in fondo. La vita è fatta di tanti piccoli e grandi fallimenti, sembra dirci. Marco Gianetti è un uomo comune preda dei suoi demoni personali, dei traumi infantili e delle insicurezze che lo rendono terribilmente fragile, umano, e lui ce ne parla in quei suoi flussi di coscienza (le parti in corsivo, per intenderci).

È stato un lungo inverno, quello dell’attentato andato in fumo. Ci sono state diverse esecuzioni pubbliche in città e io sono andato ad assistervi; ho visto gli uomini ciondolare dai cappi, con le gambe che si contraevano fra gli spasmi della morte, proprio come quelle di mia madre tanti anni prima. Quando è iniziata questa storia. Ma non è ancora finita.

Perciò adesso riprenderò il mio racconto. È passato un altro anno, trascinandosi con la stessa pigrizia di una lucertola. E come una lucertola, creatura guardinga e dal sangue freddo, quei giorni se li è divorati a uno a uno.
Marco Gianetti diventa davvero il protagonista di questa storia alla fine della trilogia, quando il suo personale arco di trasformazione raggiunge l’apice della consapevolezza.

Sono passati dieci anni da quella notte, la notte in cui ho lasciato Venezia. Mi sono rifatto una vita con Donora, la balia di mio figlio, che ha continuato ad aiutarmi a crescere il mio bambino. Il nostro unico compagno è stato Sandro, perennemente vigile. Prima ci siamo stabiliti in Sicilia, poi ci siamo trasferiti… diciamo altrove. I soldi che avevo portato via dalla Repubblica ci sono bastati solo per pochi mesi. Ho imparato un mestiere e a guadagnarmi da vivere. E, soprattutto, mi è stata data la possibilità di conoscere una felicità che so di non meritare, ma che oggi apprezzo più di ogni altra cosa.

Marco lascia Venezia, le ricchezze della sua famiglia e una posizione sociale di prestigio. Un matrimonio combinato, ma con poco amore e la relazione claustrofobica con la sua prostituta Tita Boldina. In realtà quasi tutte le relazioni di Marco sono claustrofobiche e il lettore sente ansia ogni volta che legge di lui, della gente che lo odia e di quella che lo tiene in scacco e decide della sua vita. Per prendere finalmente il comando della sua esistenza, Marco si trova di fronte al bivio, al dubbio che un po’ tutti, chi prima, chi dopo, ci attanaglia: accontentarsi di un’esistenza a metà in cui non sei il vero padrone della tua vita solo per non uscire dalla tua “comfort zone”, solo per paura, oppure decidersi a rischiare tutto e a scommettere su sé stessi?

Io lo capisco, Marco, lo capisco eccome. E lo ammiro perché il coraggio che ha avuto lui non sempre ce lo abbiamo, ma prima o poi bisogna trovarlo. Questo credo che la Connor stia cercando di dirci in chiusura della sua trilogia, dove i Lupi di Venezia si rivelano essere proprio per ciò che sono sempre sembrati sin dall’inizio: fumo negli occhi. Una cortina di nebbia padana per coprire il vero colpevole di quei delitti, che non vi dirò chi è, ma sono abbastanza sicura che alla fine direte, come ho detto io, “me lo aspettavo”.

Nel dolore e nella gioia del viaggio, ho imparato la lezione più importante che la vita possa offrire, e ne sono contenta. Il momento è tutto ciò che abbiamo.

In modi diversi, la Riley e Alex Connor – tramite il suo personaggio veneziano – ci hanno detto le stesse cose. E forse non poteva esserci momento migliore, per me, per leggere questo Venezia Enigma.