Wasp Network, la recensione

Wasp Network, la recensione

Wasp Network di Olivier Assayas si perde tra thriller e racconto storico senza mai convincere: il regista francese fallisce la prova della sua maturità artistica. 

Wasp Network, presentato in anteprima all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è uno dei numerosi film che a causa della pandemia del Covid-19 hanno dovuto rinunciare alla distribuzione in sala per arrivare al grande pubblico attraverso una piattaforma streaming, in questo caso Netflix.

L’ultima fatica del regista, sceneggiatore e critico cinematografico francese Olivier Assayas – già acclamato a Venezia nel 2018 per la brillante commedia Il gioco delle coppie – è un ibrido tra thriller, spy-story, melò e racconto storico, tratto dal romanzo Gli ultimi soldati della guerra fredda dello scrittore brasiliano Fernando Morais.

La storia, basata su fatti reali, è ambientata negli anni ’90 tra Cuba e Miami e racconta del gruppo di agenti segreti cubani conosciuti sotto il nome di Red Avispa, il cui compito era quello di infiltrare organizzazioni anti-governative formate da connazionali fuggiti negli Stati Uniti per rovesciare il governo di Fidel Castro.

La narrazione è portata avanti attraverso un intreccio corale che vede tra i principali protagonisti alcune star molto amate dal pubblico, soprattutto quello latinoamericano: Edgar Ramirez, Wagner Moura, Penolope Cruz Gael Garcia Bernal, ed Ana de Armas.  

Nonostante gli ottimi presupposti offerti dal portare su grande schermo una vicenda sinora mai trasposta e dall’impiego di un cast stellare, questo Wasp Network naviga molto al di sotto delle aspettative e finisce di deludere sia come thriller di spionaggio che come racconto storico.

La sceneggiatura, curata dallo stesso regista è infatti spesso confusionaria, poco incisiva, accavalla troppe sotto-trame senza mai coinvolgere veramente lo spettatore che dopo un’ora di visione si ritrova completamente spaesato.

L’utilizzo del un voice off a metà pellicola per ricapitolare gli accadimenti e spiegarci i ruoli dei diversi protagonisti è un chiaro segnale che qualcosa a livello di scrittura non ha funzionato e più che un escamotage per aumentare il ritmo della narrazione pare una dichiarazione di resa dell’autore, incapace di raccontare in maniera convincente una trama complessa che potrebbe essere stata resa meglio attraverso i tempi dilatati di una serie tv.

Ma qui ci troviamo di fronte ad  un lungometraggio e a quanto pare il cineasta d’oltralpe si è cacciato in un progetto più grande di lui, mancando clamorosamente anche di ritmo e tensione narrativa, peccato mortale per un thriller che parla di spie e servizi segreti. 

La dimensione che più funziona è quella del dramma famigliare,  grazie soprattutto alle interpretazioni di Wagner Moura, Penelope Cruz e Ana de Armas. Ma se da una parte Assayas si conferma convincente nel raccontare l’intimità mai banale dei suoi protagonisti, dall’altra rischia troppo spesso di scivolare in una melensa atmosfera da soap opera sudamericana.

Ritornando agli attori notiamo come Wagner Moura (il Pablo Escobar di Narcos) regga con la sua presenza gran parte della pellicola. Il suo personaggio, però, scompare nell’ultima ora e da quel momento le difficoltà aumentano notevolmente. Se da un lato apprezziamo le buone prove di Penelope Cruz, Ana de Armas e Gabriel Garcia Bernal (purtroppo poco utilizzato),  su Edgar Ramirez (protagonista del remake di Point Break e del recente The Last of American Crime) siamo costretti a stendere il solito velo pietoso: l’attore venezuelano conferma le doti recitative di un blocco di tofu e le ragioni del suo successo continuano a rimanere uno dei più grandi misteri del cinema.

Che dire dunque di una pellicola che avrebbe dovuto segnare la maturità artistica di Assayas e ci lascia invece con un pugno di mosche? Al regista parigino riconosciamo il coraggio di non crogiolarsi sui propri successi e di tentare sempre strade diverse ma questa volta, nonostante una discreta regia, il buco nell’acqua è piuttosto palese e il ribaltamento narrativo a metà della storia – l’unico colpo di scena che possiamo dire riuscito – non è di certo sufficiente a salvare la baracca.

Wasp Network è un film impersonale, privo di guizzi, che sfiora più volte la noia mettendo allo stesso tempo troppa carne al fuoco. La storia della Red Avispa, interessante colpo di coda della Guerra fredda, poteva essere una grande occasione, per nostra sfortuna malamente sprecata dall’autore transalpino.

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