Wonder Woman 1984, porta in scena per 151 minuti il nulla cosmico, sprecando quanto di buono fatto nel primo film. La recensione di Massimo Zammataro.

Inutile negarlo, a volte ritornano: da una manciata di anni stiamo attraversando un incredibile, e in parte inspiegabile, revival degli anni ’80.

I mitici anni ’80

Il decennio dell’edonismo reaganiano ritorna in auge in maniera ormai palese: nella moda tricologica si rivedono acconciature leonine che ancora, in certi di noi che all’epoca “c’erano”, provocano ribrezzo, così come nell’abbigliamento sono tornati i risvoltini “acqua alta” e le spalline tipo Goldrake.

Non è da meno la musica, basta sentire certi gettonatissimi pezzi per cogliere – senza poter essere smentiti – chiare sonorità tipiche dell’elettro-pop di trent’anni fa: ex multis Blinding Lights di The Weeknd e Hypnotized dei Purple Disco Machine.

Al cinema, a parte gli estetizzanti film al neon di N.W. Refn, abbiamo (ri)visto i discutibili Charlie’s Angels, Hazzard, A-Team, i dimenticabili remake di The Fog e Venerdì 13, altri di cui non ho giustappunto memoria, e dulcis in fundo Strangers Things ovvero la stura ufficiale dell’operazione nostalgia. E si vocifera di un remake di The Goonies

In questo proliferare di memorabilia per cinquantenni, spicca fuori dal coro la 9a stagione di American Horror Story (AHS 1984) che, pur giocando con gli stereotipi dello slasher degli anni d’oro dei killer seriali, propone anche e soprattutto una rilettura, quasi metacinematografica, non banale degli anni ’80.

Di questi temi, che meritano un’analisi un po’ meno superficiale, forse riparleremo in seguito.

Wonder Woman 1984, operazione nostalgia

Questa lunga prolusione per dire che Wonder Woman 1984 (e bisognerà pure indagare sul fatto che ‘sto 1984 ritorni quasi sempre in ogni produzione) non emerge dalla media degli ottanteschi revenant, e anzi gioca anch’esso la carta della nostalgia, ambientando al storia nell’84 appunto, nel tentativo di riesumare i fasti dell’unica e inimitabile WW Lynda Carter.

Da segnalare tuttavia, a questo proposito, che le due stagioni (seconda e terza) di WW della Carter che vedemmo noi italiani (perchè la prima non arrivò sulle italiche sponde) sono datate dal 1977 al 1979.

Praticamente l’inizio del decennio, ma non ancora nel pieno dei neon e dei colori pastello che avrebbero segnato gli anni a venire. Di qui forse, il 1984, azzardo furbetto e mainstream che , però, fa perdere la scommessa (anche perché, in fin dei conti, alla luce trama il film potrebbe essere stato ambientato in qualsiasi epoca. Quindi che cacchio c’entra il 1984?)

Stravolgimento

Diciamo subito che, rispetto al suo primo capitolo, Wonder Woman 1984 perde completamente quella carica profondamente femminile che aveva reso interessante la pellicola precedente.

La rappresentazione della forza e della tenacia della donna, eroina in un mondo maschile quale quello degli anni ’40, viene oggi relegata a un prologo (godibile) che sta tra il decathlon, l’ironman e Hunger Games, utilizzato per giustificare il finale del film.

Mentre la femminilità del personaggio si estrinseca nell’interiore struggimento per il perduto amor della sua vita, con buona pace dei movimenti femministi.

Un film in cui non succede nulla

Poi, non succede più nulla: la sceneggiatura – una delle più banali mai viste in un cine-comic – procede pigra e senza guizzi tra interventi acrobatici di WW per sbaragliare occasionali malviventi, lunghe chiacchierate su quanto le manchi il suo Steve Travor, fino all’insipido show-down finale.

Nel frattempo conosciamo il cattivone di turno, Maxwell Lord – villain secondario dell’universo DC – interpretato da Pedro Pascal che senza baffi è il sosia di Fabio De Luigi.

Ora, io sinceramente non conosco il personaggio dei fumetti, ma il Lord che si vede sullo schermo è quanto di più lontano da un super-cattivo: Maxwell è uno spiantato imprenditore e uomo d’affari, tutto sorrisi televisivi e niente ghigni malefici.

Non è un genio del male, non ha capitali da spendere in tecnologia all’avanguardia, e la conquista del mondo, inizialmente, non è nemmeno tra le sue priorità. Praticamente è il Lex Luthor degli sfigati, che affida la sua sorte a una antica pietra magica che esaudisce i desideri. Insomma, la lampada di Aladino. Inutile la presenza di Cheeta, l’altra villain del film.

Come sempre, invece, si salva Gal Gadot e il suo stacco di coscia. Mai, però, come quello della vera dea Lynda Carter, il cui cameo post-credits non serve a riscattare 151 minuti di nulla cosmico. Come la gran parte degli anni ’80.

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