Cecità bianca, la recensione di Linda Talato del racconto lungo di Ilaria Pasqua pubblicato da Delos Digital.

Cecità bianca di Ilaria Pasqua

  • Titolo: Cecità bianca
  • Autrice: Ilaria Pasqua
  • Editore: Delos Digital

Immaginate di trovarvi prigionieri di una vita in cui fate un lavoro ripetitivo, un click dopo l’altro, tutti uguali. Non distrarti. Non pensare.

Immaginate di vedere sempre le stesse persone e di svolgere sempre le medesime azioni; ogni giorno è uguale al precedente e ogni istante della vostra giornata ha una collocazione precisa: vi alzate, vi recate a lavoro, poi la pausa, poi di nuovo a lavoro, poi un’altra pausa, infine il rientro a casa e il sonno. Un sonno bello, pieno di immagini colorate e nitide, pieno di una vita che non è la vostra. Poi vi risvegliate e tutto ricomincia, come in un loop senza fine.

Beh, mi sono detta, mica tanto diverso dalla vita che fa l’uomo moderno, dopo tutto! Beh… no.

Nel senso che, se pensate di fare una vita a tratti monotona e magari a volte anche un po’ angosciante, beh se leggete questo racconto lungo pubblicato da Delos Digital nella collana Dystopica, vi renderete conto che in realtà non è così!

Cecità bianca, una realtà distopica

Cecità Bianca è questo: è angoscia, è vuoto, ma è anche la sicurezza di un qualcosa che è sempre uguale a sé stesso e che, col tempo, finisce per essere rassicurante. Finirete per sentirvi protetti, dopotutto. Almeno fino a che funzionate. Fino a che non pensate. Fino a che non sognate e non desiderate continuare quel sogno anche nella realtà.

Ilaria Pasqua tratteggia una realtà distopica che può dare adito a diverse interpretazioni, perché, in fondo, lei non ne da nessuna: è il lettore a decidere ciò che vede – o che vuole vedere – in quel bianco.

Martin non ha veri amici – a parte le brevi frasi di rito che scambia col collega Frankie. Martin non ha una vera vita, appartiene alla sua azienda. Non sappiamo neppure che lavoro svolge, precisamente, Martin, sappiamo solo che la sua giornata è piena di click che si ripetono a un ritmo preciso e che si fondono con quelli degli altri, centoquarantasei per la precisione, e Martin li conta ogni giorno.

«Lavora, sennò ti licenzieranno.»

«Chiudi gli occhi.»

Non guardare. Non pensare. Stai pensando?

Tutti, prima o poi, abbiamo un Frankie che ci riportà alla realtà, ai doveri, a quello che è giusto fare. Non tutti, però, abbiamo un Frankie che rischia la vita per noi. Che ci difende, anche a costo di mettere in pericolo sé stesso.

Non sappiamo chi era Martin prima di entrare in quell’azienda tutta bianca dove i click si ripetono all’infinito, ma intuiamo che qualcuno ha scelto quella vita per lui.

«Martin lavora bene. Fa guadagnare parecchio.»

«Per questo la famiglia di riferimento potrebbe permettersi una barca.»

Il bianco non basta

Fino a che Martin diventa difettoso. E tutto quel bianco è troppo bianco, perché lui vorrebbe vedere i colori. E mangiare quel gelato che ha visto in sogno, e correre su quella spiaggia. Uscire fuori, ma dove?

«Dove eri?» Gli chiese sollevato, sorpreso che si trovasse proprio lì, a sbarrargli la strada. D’altronde lo aveva sempre fatto.

«Dove vai?» Domandò in risposta, con gli occhi inespressivi.

«Fuori.»

«Non c’è niente fuori.» Stringeva il bicchiere di frullato con la mano vacillante, se ne stava però saldo sulla sua posizione. Glielo allungò, «è buono.»

Martin si sentì preso dal panico, lo scagliò via senza nemmeno pensare, non lo voleva più davanti agli occhi. Il bicchiere fece un volo di due metri e sparì nel bianco come se lo avesse assorbito, un sasso lanciato in un mare di latte.

Ecco, il difetto dei racconti, un po’ tutti, almeno per me: è che finiscono sempre sul più bello. Cioè ora io vorrei sapere di preciso cosa ci faceva Martin in quell’azienda tutta bianca, e chi lo aveva messo lì. Era del tutto umano? Era sposato? Aveva una famiglia? E i “puntini neri” chi sono?

Ci sono quei tre graffi verticali sotto al suo nome, affisso sulla porta della sua stanza… Perché questo è il difetto, Cecità Bianca finisce troppo presto. Ma d’altronde è un racconto lungo e questo ci si dovrebbe aspettare.

«Non c’è niente fuori.»

Siamo un po’ noi, Martin?

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