Breaking Bad, la recensione di Carlo Vanin

Breacking Bad

Breaking Bad, la recensione di Carlo Vanin della serie cult più amata dalla crew di Sugarpulp.

Lo so, lo so. Siete come me. Non cercate di negarlo. Quando scoprite una serie nuova andate su [censura] e ne [censura] tutte le stagioni. Poi dite al vostro capo, ai vostri amici e ai vostri genitori che siete malatini, fate “coff, coff non mi sento mica tanto bene” con gli occhietti del Puss in boots, vi mettete a letto e per tre giorni vi puppate tutte le puntate che avete [censura].

Lo so. Non fatevene una colpa: non è un dramma. In sto periodo di crisi qualche piccola felicità ci vuole. Io, per il potere conferitomi da Sugarpulp vi perdono tutti, anche per la brutta cosa che avete fatto ieri sera (c’ero, non mi avete visto ma c’ero). Con Breaking Bad ho fatto così. Portatile, tapparella giù e bottiglia. Più sigaretta modificata (al mentolo ovviamente).

Ora, venite a conoscere Walter White, un anonimo professore di chimica in una scuola superiore ad Albuquerque, cittadina americana del Nuovo Messico. È uno di quei tipi che ha fatto tutto per bene ma che ha mancato, forse per orgoglio, forse per codardia, forse per semplice sfiga, alcune grosse occasioni. È un middle classer comune con una moglie, un figlio e un problema di erezione.

Non sa farsi rispettare né dai suoi studenti, né dal “capo” del secondo lavoro che fa per sbarcare il lunario…ovvero pulire automobiloni di gente più agiata e stupida di lui in un autolavaggio. La perfezione di una vita imperfetta insomma, il paradigma fantozziano. Le cose per Walter vanno, stentatamente ma vanno. Poi ad un certo punto, il destino, sotto forma dello sceneggiatore gli tira il famoso calcio nel culo: Walter  si becca  il cancro.

Ora, già il cancro è un problema gigantesco, se poi pensate all’inumana condizione dell’assistenza sanitaria negli stati del Sogno Americano, il problema diventa sesquipedale. Pur avendo un doppio lavoro, Walter mica ce la fa a sostenere le spese per la chemio. Potrebbe curarsi ma è costretto a morire. Ed è qui che parte Breaking Bad che, letteralmente significa, nello slang  del sud-est americano “rompendo le regole/andando contro l’autorità” (ah, in italiano la serie è stata trasmessa come Reazioni collaterali).

Walter, ma chiamiamolo pure Walt, scopre che un suo ex-studente, Jesse Pinkman, cucina metanfetamina ed è piuttosto danaroso per essere un adolescente in fregola continua. Walt fa due più due: io sono il Dio della chimica, il ragazzo ha i clienti, ergo: Walt si ritrova in un camper nel deserto con Pinkman a cucinare cristalli di meth. Purissimi cristalli, i migliori mai circolati fra i junkies di Albuquerke e dintorni. I soldi arrivano e, coi soldi sporchi, come ben sa qualche imprenditore italiano, arrivano i problemi.

La trama è l’uovo di colombo, non lo nego. Ma io dico sempre che un bravo scrittore saprebbe trarre un capolavoro dalla storia di mia mamma che va a fare la spesa (poi lo denuncerei perché non mi piacerebbe proprio che uno scrittore stalkerasse mia mamma).

Vince Gilligan (già sceneggiatore di alcuni episodi X-files) è il nome di colui che dall’uovo di colombo riesce a creare un’ottima frittata con cipolle, salsiccia, patate, luppolo e asparagi selvatici. Breaking Bad diventa un continuo crescendo di sotterfugi, inseguimenti all’ultimo secondo, scontri coi boss locali, denari imboscati nel basement o riciclati da un avvocato senza scrupoli, stratagemmi, fino ad arrivare all’entrata in scena del miglior villain mai visto in una serie dai tempi di…anzi, no. Del miglior villain in assoluto in una serie. E qui mi taccio altrimenti il livello dello spoilerometro, che è già sul giallo, arriverebbe a quei livelli intollerabili per cui vi troverei tutti sotto casa mia con torce, forconi e un martello per spaccarmi il modem.

Quindi: storia azzeccata, sceneggiatura azzeccata, plot twist azzeccati, comprimari azzeccati, studio dei personaggi azzeccati, ambientazione azzeccata. Non ho parlato di recitazione. Cavolo, è azzeccata pure quella. Bryan Cranston (che interpreta Walt) per Breaking Bad ha vinto tre volte di seguito l’Emmy per il miglior attore protagonista in una serie tv nel 2008, nel 2009, nel 2010. Non proprio un guitto alle prese col suo primo Amleto, quindi. In Breaking Bad succede quella rara alchimia per cui un attore trova il SUO ruolo. Nimoy è Spock, Shuterland è Bower, Lugosi è Dracula, Kalabrugovic è Pino dei Palazzi (purtroppo per l’umanità) e Cranston è Walter White.

Gli altri protagonisti non sono da meno: il casting è geniale quanto l’intera ideazione. Si passa dalla moglie di Walt, Sky, donna forte, volitiva e rompicazzi ma che ama il marito anche alle estreme conseguenze, al cognato Hank Schrader, finto imbecille, che è addirittura un’agente della DEA (immaginate le implicazioni per la trama), al figlio disabile Walter Jr., che sostiene sempre il padre considerandolo comunque e sempre un eroe, fino ad arrivare al vero coprotagonista, Jesse Pinkman, contraltare perfetto di Walt in ogni occasione.

È proprio dal rapporto tra i due, tra Walt e Jesse che la serie sviluppa la sua dinamica. Tra gli scontri, a volte anche violenti e gli abbracci. È la dinamica di un ragazzo spostato, schifato persino dai suoi genitori, che, in fin della fiera vede in Walt una sorta di figura paterna ed è la dinamica di un uomo maturo coi giorni contati che scopre che “rompere le regole” ti cambia…o almeno ti risolve qualche problema nel parco divertimenti che noi maschietti abbiamo laggiù. Ti cambia in bene? In male? Bé, come dice Gilligan la più grande lezione della serie è che “ogni azione ha le sue conseguenze”. La metafora con la reazione fra due composti chimici è palese. Bon, sarà il caso che la molli qui altrimenti scrivo il solito papiro e devo togliermi questo viziaccio.

Guardate Breaking Bad: è arrivato alla quarta stagione (la quinta è in produzione mentre scrivo) e quindi ne avete da recuperare se non l’avete mai visto. Ricordatevi però: crea dipendenza. Però ci sono droghe peggiori al mondo, mi hanno detto.

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