I leoni di Sicilia, la recensione

I Leoni di Sicilia, Stefania Auci, recensione

I leoni di Sicilia, la recensione di Linda Talato del bestsller di Stefania Auci che sarà una delle grandi ospiti di Chronicae 2020 – Festival Internazionale del Romanzo Storico.

I leoni di Sicilia di Stefania Auci
  • Titolo: I leoni di Sicilia
  • Autrice: Stefania Auci
  • Editore: Editrice Nord
  • PP: 437

Senza fiato. È proprio così che mi sono sentita dopo aver voltato l’ultima – la 436, per la precisione – pagina de I leoni di Sicilia. E ho pensato che fosse uno dei libri più romantici che io avessi mai letto.

Il romanzo a sfondo storico sulle vicende della famiglia Florio, scritto da Stefania Auci e pubblicato da Editrice Nord, è più romantico di un romance

Ma, capitemi, non parlo di quel romanticismo un po’ stucchevole e melenso, intriso di stereotipi triti e ritriti che alla fine, in un modo o nell’altro, riportano la storia sempre entro i rigidi canoni della favola e del e vissero felici e contenti.

No, il romanticismo della Auci è quello vero, vissuto, quello degli ostacoli, dei drammi e delle piccole e grandi gioie di cui una vita passata insieme è invitabilmente ricca.

«Se per te una persona è ragione di vita, non c’è nulla che tu non possa affrontare. Ma, se stare accanto a una persona è un obbligo o, peggio, un dovere che senti di dover assolvere, allora no, non devi farlo. Perché ci saranno giorni in cui non riuscirete a parlarvi e litigherete, e vi odierete a morte e, se non c’è qualcosa che ti lega qui», e gli tocca il petto, «e qui», aggiunge, e gli sfiora la fronte, «se non troverete qualcosa che vi unisce veramente, non avrete mai la serenità. E non parlo del rispetto reciproco o della frenesia dei baci, ma dell’affetto, della certezza di poter avere una mano da stringere ogni notte dall’altra parte del letto.»

Un finale pazzesco

Di solito ho l’abitudine di partire dall’inizio nelle mie recensioni, stavolta, invece, partirò dalla fine. Da quell’ultimo sogno del protagonista indiscusso, Vincenzo Florio, in cui si tuffa in mare e non sente più il suo corpo ormai anziano e provato dalla malattia, ma torna giovane, di una gioventù che solo la morte può dare. Corre incontro al padre Paolo e allo zio Ignazio che lo aspettano su quella barca. 

«Vieni, Vicè», lo chiama lo zio. Lui ride, è giovane come all’epoca in cui sono andati a Malta insieme. «Vieni.»

E allora lui sceglie. 

A grandi bracciate, nuota verso la barca.

Giulia lo sa. Capirà.

Lo raggiungerà presto.

Lo so, non si dovrebbe mai partire dal finale, ma un finale così vale più di mille incipit costruiti ad arte. Un finale così ti toglie il fiato.

Ed è sempre all’amata Giulia che la mente di Vincenzo, ormai fiaccata dal male, torna anche in punto di morte. «Ti ho dato abbastanza?» le chiede parlando a fatica con la “lingua che sembra carne morta”. «Ti ho dato quello che volevi? Hai avuto tutto?»

Che dire… Niente. La Auci ha già detto tutto.

I leoni di Sicilia, la saga dei Florio

La saga dei Florio inizia nel 1799, quando Paolo, Giuseppina, Ignazio e il piccolo Vincenzo sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra e sono gli stranieri.

Paolo e Ignazio sono i “facchini” il cui “sangue puzza di sudore”, e questa sorta di marchio d’infamia Vincenzo se lo porterà addosso per tutta la vita, cercando in ogni modo di liberarsene.

Ed è proprio Vincenzo il personaggio che il lettore seguirà dall’inizio alla fine, da quando, bimbetto, perderà il padre e troverà nello zio Ignazio un modello cui ispirarsi, fino a quando inizierà muovere i primi passi nel duro mondo del commercio con l’aromateria prima, e poi il marsala e la tonnara.

Dal suo primo e acerbo amore, sino alla passione disperata per Giulia. Lo seguiremo in tutti i suoi drammi e le sue conquiste fino a che, ormai anziano, chiuderà gli occhi per l’ultima volta. 

Fa una strana sensazione conoscere un personaggio in questo modo, non trovate? È come una persona che vedi nascere e poi in un istante è già adulta, e ti viene da pensare “incredibile! Proprio ieri era alto così, e guardalo adesso!”

Una trama fitta, una scrittura vivida

Le vicende dei personaggi si snodano lungo una trama fitta, ma raccontata in modo semplice e diretto, a tratti soave.

Palermo respira scirocco e attesa.

La scrittura è così vivida che ci saranno momenti in cui al lettore sembrerà di sentire l’aria salmastra e le onde lente che s’infrangono sul bagnasciuga. Un ritratto malinconico di una Sicilia lontana, che a me personalmente ha ricordato molto L’isola di Arturo di Elsa Morante, anche se, in quel caso, l’ambientazione era Procida.

Non è un caso che le cantine del marsala nascano a poca distanza da queste spiagge basse e sabbiose. Non è un caso che la sabbia entri nei cortili, invada i magazzini, si accumuli sulle botti. Il mare, la componente calcarea della sabbia, la temperatura costante sono ciò che ha reso tale questo vino liquoroso, nato per caso e diventato il sapore di un’epoca. Perché la sabbia che si deposita sui coppi di terracotta che coprono il sale è la stessa che mulina tra le bottiglie lasciate a riposare nelle viscere delle cantine. È una sabbia che porta in sé granelli di sale, che ha il profumo del mare.

Ho apprezzato molto le aperture dei capitoli in cui l’autrice, da un lato pennellava sulla pagina lo sfondo storico delle vicende – dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, una delle pagine più inquiete della storia d’Italia – dall’altra tratteggiava con mano sapiente l’ambientazione, il paesaggio, le tradizioni sepolte in una storia che ha sempre il potere di prenderci dentro, perché è una storia che sentiamo nostra, che parla di noi, nonostante l’Italia fosse così divisa, all’epoca – e pure oggi, per certi versi.

Lui appoggia il mento sulle mani chiuse. «Ecco cos’è la Sicilia. Non appena provi a fare qualcosa di diverso, trovi sempre qualcuno che si mette a picchiuliare e frignare perchè o gli dà fastidio, o non vuole, o ti dice come devi fare o, semplicemente, deve scassare la…»

«Ho capito.»

Personaggi di grande impatto

I personaggi sono tutti di grande impatto, compresi quelli femminili, nonostante il ruolo marginale ricoperto dalle donne al tempo.

E la Auci te lo sbatte in faccia, quel ruolo, in un modo così imparziale, netto, così come era, che la lettrice sentirà davvero pena per la vita reclusa e per le mille limitazioni che pativano quelle donne che non potevano parlare d’affari, lavorare e guadagnare in modo autonomo, non potevano frequentare chi volevano e vivevano la loro vita come se fossero state perennemente dietro le quinte. È angosciante per la donna moderna immedesimarsi in quei costumi.

Angelina ha ciò che lei non ha potuto avere: una vera cerimonia nuziale. Una festa. Una dote. Per Vincenzo, lei ha rinunciato a tutto. E anche dopo essersi sposati, lui non le ha mai intestato nulla, nemmeno uno spillo. Ma non importa. Ciò che conta, ora, è che sua figlia sia felice.

«Com’è elegante!»

«Un velo da sposa degno di una regina!»

Giulia, compiaciuta e triste insieme, si è tenuta quel complimento per sé.

Giulia e Giuseppina, nuora e suocera, sono così diverse in tutto ma così simili nell’impronta indelebile che lasciano sia nella vita dei personaggi maschili, sia nell’animo del lettore che proverà pena quando, sul letto di morte, Giuseppina rimpiangerà l’amore platonico e mai vissuto appieno con il cognato Ignazio, e gli chiederà a suo modo perdono.

Non è un personaggio positivo, Giuseppina, e susciterà ben poche simpatie tra i lettori, ma è così vera, così umana nei suoi limiti e nei suoi dolori, nei drammi che cova ben nascosti in quell’animo inflessibile.

Ho già anticipato troppe cose, quindi chiuderò dicendo che, per chi ama le saghe familiari a sfondo storico, I leoni di Sicilia di Stefania Auci è senza dubbio imperdibile e mi auguro di poter leggere presto un seguito.

Stefania Auci a Chronicae 2020

Stefania Auci sarà una delle grandi protagoniste della prossima edizione di Chronicae, Festival Internazionale del Romanzo Storico, che si terrà come sempre a Piove di Sacco (Pd), dal 16 al 19 aprile 2020.

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