Volevo parlarvi di hentai. Invece vi racconterò di una talpa. Di una talpa comunista per la precisione. Ma comunista comunista, filosovietica. È nata oltre la cortina di ferro, in Repubblica Ceca quando si chiamava ancora Cecoslovacchia.
Cosa c’entra con la rubrica Sugartoon una talpa di regime? C’entra eccome. E ora vi spiego perché.

La talpa Krtek è la simpatica protagonista (ma a me sembra piuttosto stronza) di una serie di cartoni animati ideata dal ceco Zdeněk Miller. Gli episodi, circa 60, sono stati creati dal 1957 al 2002.

La talpa KrtekKrtek è subito diventata assai famosa in patria, dando il via a un fenomeno di merchandising inconsueto per un Paese dell’Europa Orientale. E già qui la faccenda sembra, perlomeno, bizzarra. Oggi è nota in tutto il mondo: a quanto pare, i diritti dei filmati sono stati acquisiti da una società giapponese.

Ma il bello deve ancora venire: nel 1956, Miller lavorava in uno studio di cartoni animati. Le autorità comuniste lo contattarono e lo incaricarono di produrre un cartoon educativo, che spiegasse ai bambini come venivano fabbricati i tessuti di lino nell’industria ceca (e se questo non è pulp, signori miei…).

Il lungimirante Miller temeva che i bimbi si sarebbero fatti due maroni così. Decise allora di creare un personaggio nuovo, un animaletto operoso alquanto diffuso in Cecoslovacchia: una talpetta nera di nome Krtek (che significa talpa, guarda caso). La leggenda narra che l’ispirazione gli sia venuta proprio inciampando in una tana di questi mammiferi soricomorfi ciechi (nel senso, nella fattispecie, di non vedenti).

In Italia, il primo episodio “Jak Krtek ke kalhotkam prisel” (“La piccola talpa coi calzoni blu”) è diventato un libro illustrato tradotto da Gianni Rodari e ha pure vinto un premio alla Mostra del Cinema di Venezia.

Ora, con tutto rispetto per l’ottimo Miller (passato nel novembre scorso a miglior vita), la solerte bestiola è insopportabile: non parla, si esprime solo con degli “Ooo” e qualche altro monosillabo ceco (inizialmente le vocine di Krtek erano quelle delle figlie dell’autore), si smazza per aiutare gli altri contro i cattivi capitalisti: siano questi un venditore di cocomeri o un leone ruggente nel deserto (guardatevi i due episodi sottostanti). Fa sempre bella figura: perché è buona e lavora per la comunità. A me sta terribilmente sulle palle.

E che dire dei suoi amichetti animali? Sono tutti belli e dolci. Facile dunque associare il bene comune, la cooperazione (e quindi il socialismo reale) ai teneri personaggi. Teniamo pure in considerazione che il messaggio era destinato a degli ignari bimbi per forgiare dei futuri bravi cittadini del blocco comunista: non so cosa ne pensiate voi, ma a me tutto questo sembra straordinariamente pulp. A limite, vi posso concedere una digressione nel genere horror.

Il cartone è carino: belle storie, bei disegni, bella ambientazione. Merito di Miller che, nonostante l’ingrato compito, ha realizzato un disegno animato che ha segnato un’epoca. Ma l’operazione che ci stava sotto era semplicemente agghiacciante.

E ve lo dice una persona che se ne è tornata da Praga con sette-otto talpette di peluche in valigia.

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