The Master

The Master estremizza i temi cari al regista, sceneggiatore e produttore Paul Thomas Anderson. Ne risulta un’opera incompleta e purtroppo inutile.

L’inutilità per un’opera d’arte potrebbe non essere un difetto. Anzi a volte deve esserlo. The Master, usando un sinonimo più adatto, rimane superfluo alla produzione cinematografica mondiale. Anzi mi disturba il fattore interpretativo dei due co-protagonisti, troppo spettacolari per questa pellicola.

The Master

Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman sono da premio e se non lo vincono, nomination a Oscar/Globe/BAFTA, rimane colpa della sceneggiatura totalmente priva di narrazione. Anderson non è nuovo a tutto questo ma a differenza di Magnolia e l’eccezionale Il Petroliere in The Master sembra perdere l’obbiettivo, la storia semplicemente non esiste.

Estremizza la sua ricerca sulla solitudine umana e sulla psiche dei personaggi. Ne risulta un grande contenitore vuoto, inutile appunto. Qualcuno dirà che il vuoto, la mancanza, l’inesplorato non sono inutili, io dico che esistono solo in funzione della narrazione, qui non lo sono punto.

The Master

Il gioco gli è sfuggito di mano e rimane solo interpretazione solitaria di due  grandi professionisti. Nulla viene spiegato, oltre due ore di montato che sembrano tanto dire “avevo un’idea ma non ricordo quale”, che il nostro regista sia stato colto da malattie senili in anticipo?

Non basta galleggiare su “metodi” e “pratiche” tanto care a Scientology, inserire qualche scena di quel folle avventuriero, nel caso s’intende Hubbard, scrittore, predicatore e truffatore (aggettivi comuni utilizzati per indicarlo). Non basta sopratutto perché tutto viene allungato nel brodo effimero di un’America assente ingiustificata.  Dov’è la guerra? Dove sono gli anni 50? Troppo rarefatti, sullo sfondo, non partecipativi quasi abbandonati a cartolina patinata.

The Master

Movimenti macchina e inquadrature da manuale non dipanano la mia controversa visione. Ho amato Il Petroliere, dal mio punto di vista un instant classic, per l’equilibrio sottile che legava la storia, i tempi del montaggio, la prova d’attore e l’introspezione. In The Master ci riprova ma senza quell’equilibrio fondamentale creando una dicotomia insanabile tra tecnica e narrazione. L’assenza di una evoluzione o involuzione della storia porta alla caduta della percezione dello spazio tempo, lasciando lo spettatore privo di un contenitore adeguato al contenuto. Alla fine è come diceva il grande Twain:

La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola.

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